Home Les bulletins GEAB GEAB 106 Collera dei popoli, sfide democratiche, crisi sistemica globale- Balcanizzazione e ritorno degli imperi in Europa centro-orientale: la bomba del fallimento dell’integrazione europea e della crisi euro-russa

Collera dei popoli, sfide democratiche, crisi sistemica globale- Balcanizzazione e ritorno degli imperi in Europa centro-orientale: la bomba del fallimento dell’integrazione europea e della crisi euro-russa

Nel 2014, avevamo anticipato lo smantellamento del fianco orientale dell’Unione in seguito alla disputa euro-russa. Appena due anni dopo, i danni diventano visibili. Se l’Europa e la Russia non riescono a ricucire il dialogo, in questa parte dell’Europa, dove i vecchi demoni sono in piena resurrezione (guerra fredda, guerre europee, balcanizzazione e logiche d’impero…) e cominciano a farsi sentire tutti i fallimenti della politica di allargamento dell’Unione, c’è da aspettarsi il peggio.

fig 1Figura 1 – Mappa dell’Europa centro-orientale. Fonte: KKR.

L’integrazione dell’Europa Orientale è un fallimento

Il più grande fallimento degli ultimi trent’anni di integrazione europea è la politica di allargamento ai paesi del blocco sovietico. Tale politica, mossa essenzialmente dall’avidità delle imprese dell’Europa Occidentale (e oltre), è stata adottata a spese dell’integrazione politica del continente nel suo insieme e, in particolare, delle popolazioni dell’Est. Abbiamo spesso fatto riferimento ai deboli tassi di partecipazione alle elezioni europee nella regione, desiderosa di rientrare nell’Unione. Il fianco orientale dell’Unione è ormai un’accozzaglia di paesi mossi da motivazioni differenti, integrati a gradi diversi e attraversati da interessi di ogni tipo. I rischi di disintegrazione e di conflitto sono enormi e minacciano il progetto europeo ben più dell’ipotesi di un’uscita dal Regno Unito.

La crisi euro-russa del 2014 ha creato le condizioni per una dislocazione della regione, ormai divisa tra innumerevoli interessi e futuri possibili. Come vedremo più avanti, l’ascesa delle estreme destre, nel 2014, tanto per cambiare. La consapevolezza di tali pericoli porta il nostro team ad anticipare che alla fine dell’anno gli europei riusciranno a porre fine alle sanzioni contro la Russia (si veda l’articolo più avanti). Se mai ci riuscissero, la dislocazione di questa regione del mondo non avverrà senza uno scoppio delle tensioni nella regione e tra Europa e Russia.

Scoppio il cui detonatore potrebbe benissimo trovarsi nei Balcani, dei quali non parleremo in questo articolo ma che naturalmente partecipano all’equazione.

Schengen, euro, Unione: un’integrazione a doppia velocità

fig2

Figura 2 : UE, Eurozone, Schengen – Fonte : Le Monde

Guardiamo nel concreto alla disparità di questa zona di allargamento post-caduta del Muro.

Alcuni paesi sono membri di tutti i livelli di integrazione europea (Unione, euro, Schengen), ovvero la Slovenia, l’Estonia, Lettonia, Lituania e la Slovacchia. Questa lista rivela una certa aberrazione nel vedere figurare tre paesi baltici anziché la Polonia o la Repubblica Ceca, che sembrerebbero membri completi più logici.

Altri paesi sono membri dell’Unione e della zona Schengen ma non della zona euro: Polonia, Repubblica Ceca, Ungheria.

Altri sono membri solo dell’Unione, perfetti membri di seconda fascia, quali Romania, Bulgaria e Croazia. Certo si tratta di ultimi arrivati, ma le reticenze di fondo nel vedere questi paesi accedere al privilegio della libertà di spostamento (zona Schengen) sembrano essere ben radicate.

E poi ci sono i paesi candidati, tagliati fuori da un qualsiasi futuro europeo, che continuano a vedersi promettere una richiesta di adesione, senza distinzione tra membri realmente potenziali e vere e proprie confabulazioni: paesi dei Balcani, Ucraina, Turchia, Georgia…

Livelli di integrazione e diritti vari creano un sentimento di caste e di vere disparità di trattamento nella regione. I paesi che hanno integrato la zona euro sono anche i signori della regione. Al contrario la Romania (che resta pur sempre il primo paese candidato all’Unione, dal 1995) e la Bulgaria, non trovandosi in Schengen nel momento in cui Schengen stesso si rafforza, rischiano di ritrovarsi dall’altro lato del muro attualmente eretto dal resto dell’Europa. Una tale evoluzione escluderebbe di fatto questi due paesi, riportandoli ad una regione dei Balcani della cui sorte c’è da preoccuparsi se l’Europa e la Russia non riescono, come si è visto più volte, a ritrovare un’intesa.

Grandi disparità economiche

Si continua a parlare dell’asse di disparità est-ovest. L’Europa centro-orientale, in realtà, è lungi dall’essere autonoma. Se si guarda ai salari medi, siamo tra i 350 euro in Bulgaria e i 1.092 euro in Slovenia. Il livello salariale di quest’ultima è tra i più poveri dell’Europa dell’est (Portogallo e Grecia poco al di sotto dei 1.000 euro). In compenso, i bulgari ricevono in media solo un terzo di questa somma, ovvero meno dei cinesi[1].

In materia di disoccupazione, il tetto massimo è tra Repubblica Ceca (4,5% del tasso di disoccupazione) – corrispondente al livello della Germania – e Croazia (15,1%) – con la Slovenia prima (10,3%), corrispondente alla media della zona euro (incluso il 20% della disoccupazione spagnola e il 24% di quella greca)[2].

Quanto alla crescita, l’Europa centro-orientale nel complesso ne esce bene, il che è normale, tenendo conto del processo di convergenza indotto dall’integrazione alla zona economica UE. Si distinguono tuttavia veri campioni dell’Unione come la Romania (3,8%) seguita dalla Polonia e dalla Slovacchia (3,6%)… ma anche paesi più lenti come la Croazia (1,6%) – l’Estonia, dal canto suo, è solo a 1,1% della crescita, ma si è visto prima come i livelli salariali elevati indicano un livello di sviluppo di tipo Europa occidentale, e quindi probabilmente in fase di stabilizzazione[3].

Questi dati permettono di constatare che non esiste una coerenza nei punti di forza di ciascuno di questi paesi: la Romania, ad esempio, cresce più velocemente della Bulgaria mentre i livelli salariali sono già al di sopra; o ancora la Slovacchia fatica con il 10,3% di disoccupazione per i livelli salariali eppure identici a quelli della Polonia che è solo al 6,8% della disoccupazione…

Diverso è l’elenco dei paesi più colpiti dalla povertà: Bulgaria, Romania, Lettonia e Ungheria sono i più colpiti[4] mentre figurano in categorie molto diverse su indicatori di disoccupazione, salari o crescita. L’Ungheria in particolare, se si confrontano le piuttosto buone performance economiche ai rischi di grande precarietà, è molto disuguale.

Tutto questo è indice di un fallimento di convergenza economica che eppure è stato il motivo principale per l’ingresso nell’Unione. Tali disparità sono lampanti anche in Europa occidentale, ma il motivo economico per l’ingresso nell’Unione ha riguardato soprattutto tre paesi (Portogallo, Spagna e Grecia) mentre riguarda tutti i paesi dell’Europa centro-orientale. In questi paesi la delusione è quindi inevitabilmente molto più forte. È stata promessa loro l’integrazione facendo balenare in loro rapidi profitti che non ci sono. La convergenza economica, unita all’integrazione alla zona economica comune, si rivela essere una menzogna.

Eserciti, chiese: Europa dell’Est, terra di conquista

Il fallimento di integrazione e la crisi euro-russa hanno inoltre trasformato l’Europa centro-orientale in una vera e propria giungla. Gli interessi esteri che si fronteggiano sono naturalmente nell’Unione, nella Russia e negli Stati Uniti. Tutta l’Europa centro-orientale vorrebbe restare nell’Unione, ma alcuni vedono nell’Europa una semplice estensione dell’America di cui si esige la protezione (paesi baltici, Polonia) mentre altri reclamano che la partecipazione all’Unione non li separa dal grande vicino russo (Ungheria, Slovacchia, Bulgaria). Le ostilità sono scoppiate e le grandi potenze usano tutti i propri strumenti di influenza: NATO per quanto riguarda gli Stati Uniti, propaganda da parte della Russia… e anche dell’Occidente, poiché la NATO passa il tempo a parlare di contro-propaganda[5], e da entrambe le parti anche di religione.

Quest’ultimo punto è particolarmente interessante poiché molto poco analizzato. In realtà, fin dalla fine del comunismo, il sentimento religioso, tenuto a freno nel corso dei decenni sovietici, è esploso in Russia e nei paesi dell’Europa centro-orientale. Dietro a questo autentico ritorno alla fede, fin dall’inizio degli anni ’90 si è visto tutta una serie di sette evangeliste d’oltreoceano insediarsi nelle campagne della Romania e di altri paesi[6], con molto denaro e programmi sociali depennando facilmente queste oche « giulive » dalle proprie religioni storiche (cattolicesimo e ortodossia).

L’ortodossia ci ha messo un po’ più di tempo a tornare ma adesso c’è. La Romania, ad esempio, attualmente è piena di monasteri ortodossi[7] (molto più che di ospedali), comprese le regioni dell’ovest storicamente cattoliche [8] (come in Transilvania)…(per saperne di piu, GEAB 106)

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[1] Salari medi nell’Unione nel 2015. Fonte: Reinisfischer, 2015
[2] Fonte: Statista, febbraio 2016
[3] Fonte: La crescita in Europa, Toute l’Europe, 11/05/2016
[4] Fonte: Euractiv, 20/02/2015
[5] « La NATO sembra combattere l’’arma di informazione’ russa: documento » (ora, una contro-propaganda può essere diversa dalla propaganda?). Fonte: Reuters, 27/01/2016
[6] Testimoni di Geova in Slovacchia (fonte: CultNews, 28/08/2002); evangelisti in Romania (fonte: The Independent, 13/12/1993) per citare solo questi…
[7] « La costosa passione della Romania di costruire le chiese ». Fonte: BBC, 07/08/2013
[8] Questa situazione risale d’altronde all’epoca comunista, durante la quale l’ateismo dei Ceausescu si è formato con il potente fervore del paese imponendo una religione unica, l’ortodossia, per ovvi motivi di transizione verso l’Est.

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