Disaggregazione statistica globale: la proliferazione degli strumenti di misurazione della realtà economica

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Nella crisi sistemica globale che stiamo attraversando, già da qualche anno il nostro team parla di «disorganizzazione statistica» per qualificare l’incapacità degli strumenti attuali di misurare l’economia reale, se non di una loro manipolazione al fine di allineare i risultati al discorso politico (o il contrario). Mettendo da parte questo tentativo di manipolazione, questa «disorganizzazione statistica» deriva anche dal fatto che l’economia evolve profondamente e gli indicatori di ieri (PIL, disoccupazione, ecc.) non sono più pertinenti nel mondo di oggi. Dopo i vani tentativi di trasformazione di tali indicatori durati più di un decennio, assistiamo nuovamente alla nascita di nuove iniziative che questa volta anticipiamo essere durevoli e che creeranno, a breve termine, una certa confusione prima di armonizzarsi entro il 2025 sotto l’impulso di organismi internazionali come il G20.

I limiti dei due indicatori di controllo

I dibattiti e le proposte delle campagne elettorali lo mostrano abbastanza chiaramente: sembrano misurare il tasso di crescita del PIL da un lato e con il tasso di disoccupazione dall’altro. E in un sistema in cui il lavoro e l’aumento delle «ricchezze» occupano un posto centrale ciò non sorprende. Per lunghi decenni, questi due indicatori hanno orientato le politiche con risultati che, sotto certi aspetti, possono essere ritenuti soddisfacenti. Ciononostante, se ogni punto di crescita è sempre più difficile da andare a ricercare e il tasso di disoccupazione resta costantemente tanto alto è perché c’è una ragione. La società si sta trasformando radicalmente e questi due indicatori, che non riflettono tali evoluzioni, cominciano a diventare obsoleti. Come vedremo, essi hanno dei limiti e le cause sono diverse: statistiche da un lato, politiche o ideologiche dall’altro, ma soprattutto, questi stessi indicatori, per principio, non misurano lo sviluppano armonioso di una società[1]

Questi due indicatori sono tanto emblematici da essere naturalmente oggetto di un’intensa pressione politica e costantemente al centro di confronti internazionali. E qui sorgono i primi problemi. Come comparare economie funzionanti con valute diverse e i cui tassi di cambio non fanno altro che aumentare drasticamente[2]? Abbiamo già visto gli effetti negativi legati all’uso di una moneta unica, il dollaro: ne abbiamo qui un’ulteriore dimostrazione. Gli Stati Uniti sono così di gran lunga il primo paese per PIL nominale espresso in dollaro, seguiti dalla Cina a parità di potere di acquisto (PPA).

fig geab112 1Figura 1 – Paesi classificati per PIL a parità di potere di acquisto, 2014. Fonte: The Conversation.

Altro esempio: che senso ha confrontare la crescita del PIL negli Stati Uniti, dove la popolazione cresce dello 0,7% annuo[3], con quella della zona euro in cui la popolazione cresce solo dello 0,3% annuo? [4]. O ancora, perché comparare il reddito pro-capite tra un paese dove servizi essenziali come l’istruzione o la salute sono onerosi con un altro dove sono gratuiti?

Per quanto concerne il tasso di disoccupazione, i confronti sono ancora più delicati, perché i metodi di calcolo tra i vari paesi differiscono. Citiamo costantemente il sito ShadowStats per il calcolo alternativo del tasso di disoccupazione USA, probabilmente il più fedele alla «realtà» (almeno quella sentita dalla maggior parte degli americani): esso dà un’immagine ben diversa del mercato del lavoro USA…

fig geab112 2Figura 2 – Tasso di disoccupazione negli USA. Rosso: ufficiale /grigio: U6 /blu: ShadowStats. Fonte: ShadowStats.

Nel caso del tasso di disoccupazione, tali statistiche non misurano ciò che vorrebbero misurare (o piuttosto ciò che si intende di solito per «disoccupazione») e sono quindi fallaci. Lo stesso vale per il PIL, che non è altro che il mediocre riflesso della «ricchezza» di una nazione. La situazione è ben più grave quando orientano una politica economica, come ad esempio la moderazione salariale in Germania a scapito dei partner europei, o ancora il dumping fiscale irlandese per attirare le multinazionali…
Leggete il resto nel GEAB 112

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[1]    Non possiamo fare a meno di condividere con voi la famosa citazione sul PIL di Robert Kennedy nel 1968: «Il Pil misura tutto, eccetto ciò che rende la vita veramente degna di essere vissuta».
[2]     Ricordiamo che alla fine del 2008 un dollaro valeva 0,62 €, adesso 0,94 €… ovvero una variazione del 50 %!
[3]     Fonte: Wikipedia
[4]     Fonte: Trading Economics

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Notes :
[1]     Nous ne résistons pas à la tentation de partager avec vous la citation bien connue sur le PIB de Robert Kennedy en 1968 : « It measures everything, in short, except that which makes life worthwhile » (« [Le PIB] mesure tout, sauf ce qui rend la vie digne d’être vécue »).
[2]     Pour rappel, un dollar US valait 0,62 euro fin 2008, et 0,94 maintenant… soit une variation de 50 % !
[3]     Source : Wikipédia.
[4]     Source : Trading Economics.