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Il riflusso del populismo in Europa

Questo effetto dei limiti verificati e ritenuti inoperanti è anch’esso in atto nelle grandi difficoltà incontrate da Matteo Salvini e Boris Johnson in Europa, dovendo entrambi fare i conti con un «fronte» di grossi partiti che stanno facendo causa comune per bloccare un terzo grosso partito che si ritiene essere pericoloso per il paese con le sue opzioni troppo radicali. Si può osservare come lo scenario sia simile a quello che abbiamo appena descritto riguardo Israele attualmente. In un primo tempo, questi «populisti» (Salvini, Johnson, ecc.) hanno permesso di esprimere il rifiuto da parte dei cittadini di una certa globalizzazione che sta portando alla diluzione delle identità e degli interessi nazionali e ad una specie di totalitarismo globale ed economico. Tanto meglio! Ma le popolazioni cresciute nell’era di Internet non vogliono nemmeno ritrovarsi racchiuse dietro anacronistiche frontiere. L’ago della bilancia viene quindi portato al centro: livello nazionale e apertura al mondo riaffermati!

Figura – Voto populista in Europa, 2018. Fonte: Guardian.

 

Le elezioni europee hanno visto l’inizio di un processo simile, dove le forze moderate provenienti dai livelli nazionali hanno apparentemente operato saggiamente per limitare il rischio di vedere estreme destre assumere il controllo del Parlamento europeo. È uno scenario che avevamo d’altronde anticipato: il fatto che i livelli nazionali avrebbero disattivato l’Unione anziché ritrovarsi sotto il giogo di estremisti coalizzati al livello europeo[1].

La scelta di David Sassoli, sconosciuto e di sinistra, mentre lo scrutinio ha rafforzato la forte inclinazione a destra del PE, è, a nostro avviso, un mezzo per screditare il PE e indebolirlo privandolo del voto cittadino. E il Consiglio dell’Unione, unico organo politico europeo nella nuova configurazione, è nelle mani della dinamica centrista condotta da Macron (Francia), Rutte (Paesi Bassi) e Michel (Belgio) (si veda le analisi sull’argomento) poiché è quest’ultimo che ha fatto il lavoro[2]. La scelta di Von der Leyen, ministro della difesa della Merkel, alla guida della Commissione Europea ha mandato due segnali: la difesa europea avrà la massima priorità per il prossimo mandato e la Commissione riavrà la sua funzione d’amministrazione incaricata di eseguire le decisioni politiche del Consiglio.

Al centro di questa nuova configurazione di un’Europa nuovamente ancorata alle sue nazioni, la regola dell’unanimità sarà solo un ricordo. È ormai chiaro che «non si può andare avanti se ci si aspetta che tutti siano d’accordo; basterà invece che nessuno si opponga in modo deciso». È la seconda parte di questa nuova regola che ha eliminato Johnson e Salvini i cui programmi erano troppo pericolosi per gli altri[3]. Ed è anche la prima parte di questa regola che, al contrario, permette alla Francia di proseguire, ad esempio, sulla tassazione GAFA, portando alla fine dietro di sé tutta una serie di paesi europei e non, tramite, in particolare, l’OCSE[4]. O alla Germania di far progredire Nord Stream II nonostante tutti i bastoni tra le ruote[5]

Ripetiamo che il paese più in sella alla regola di unanimità delle decisioni era il Regno Unito… comunque finché serviva l’obiettivo di indebolire il continente pur concedendogli libertà d’azione. Ripetiamo quindi come il referendum britannico e la prospettiva di una Brexit hanno permesso all’Europa di avviare un processo di modernizzazione rimasto nel cassetto per trent’anni.

Leggere di piu : GEAB 137

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[1]      Rileggere in particolare il capitolo «Stati membri pronti a rendere inattiva l’Unione» dell’articolo di marzo 2018. Fonte: Europa 2018: l’Unione disattivata, GEAB, 15/03/2018

[2]      Fonte: Deutsche Welle, 03/07/2019

[3]      Fonte: The Independent, 04/09/2019

[4]      Fonte: Les Numériques, 11/02/2019

[5]      Fonte: Bloomberg, 12/09/2019

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