Le vostre informazioni del futuro
EDITORIALE
Da vent’anni osserviamo, analizziamo e anticipiamo al meglio le tappe della gigantesca transizione da un mondo occidentale-centrico funzionante a un mondo multipolare funzionante, passando per un periodo più o meno lungo di disfunzionalità.
Tra il 2009 e il 2014, abbiamo pensato – o meglio sperato – che l’Europa avrebbe svolto, grazie alla recente storia di pacificazione di un continente composto da una varietà di attori potenti con interessi che si sovrappongono, il ruolo di facilitatore/acceleratore della transizione, aiutando il grande rappresentante del vecchio modello (gli Stati Uniti) a integrare positivamente le nuove dinamiche di riconfigurazione geopolitica globale (BRICS).
L’immensa paralisi decisionale di un edificio costruito proprio dagli europei per poter contare nei prossimi grandi momenti della storia mondiale è stata sottovalutata…
È così che a partire dal 2014 (inizio della guerra euro-russa), due cose hanno cominciato a diventare evidenti: da un lato, senza gli europei, la transizione sarebbe stata molto più lunga e violenta; dall’altro, sarebbero stati in definitiva gli americani ad abbandonare per primi il modello del XX secolo per prendere il loro posto in questo mondo multipolare emergente. Ma lo avrebbero fatto in modo ben diverso dagli europei, e il mondo multipolare che ne sarebbe risultato non sarebbe stato, di conseguenza, lo stesso.
Dall’ascesa al potere di Trump nel 2016 (ad eccezione, ovviamente, della parentesi Biden tra il 2020 e il 2024), è alla luce di questa anticipazione che analizziamo l’intera politica estera condotta da questo strano presidente americano.
E di fatto, laddove gli europei avrebbero potuto affiancare i BRIC/BRICS/BRICS+ – che non chiedevano altro – in una riforma comune delle regole e delle istituzioni del multilateralismo del XX secolo, l’America di Trump, per guadagnare in agilità (come hanno fatto i britannici separandosi temporaneamente dall’UE), si alleggerisce invece degli obblighi imperiali distruggendo pezzo per pezzo la gabbia internazionale delle alleanze (e delle inimicizie) e delle loro istituzioni. Dal mondo multipolare trattiene il principio della interdipendenza come garanzia di libertà d’azione, ma ne elimina tutti i principi «win-win» cautamente posti in origine dai BRICS, a vantaggio delle logiche tipicamente americane di competizione sfrenata.
L’obiettivo: inserirsi nel mondo multipolare come «primus inter pares»[1]. Puntando a essere i primi in una corsa, gli Stati Uniti riconoscono il fatto che non sono più l’egemone che sono stati per 60 anni; che il mondo è effettivamente multipolare; e che vi occupano il loro posto «tra gli altri». D’altra parte, utilizzano tutte le loro attuali risorse di potere (capacità di stampare moneta, potenza militare, dominio mediatico, vantaggio tecnologico, rete commerciale e diplomatica, ecc.) per imporsi come i primi di quella che considerano una lista di concorrenti: «America first».
La visita di Trump a Pechino è la perfetta illustrazione di queste nuove logiche: il presidente americano si reca dal membro più potente del club BRICS+ (e non il contrario). Ci va per far loro capire che comprende i loro interessi (Taiwan) così come loro hanno compreso i suoi (Venezuela), il tutto in un contesto di blocco di Hormuz che rimescola tutte le carte della meccanica del petrodollaro (da tempo già malconcia) e fa emergere nuovi attori di primo piano (Pakistan,…), dopo aver fatto capire ai russi che se ne lavava le mani della loro guerra con l’Europa, compromettendo definitivamente le relazioni transatlantiche.
Come vediamo nel nostro articolo sulla guerra in Iran, se gli Stati Uniti traggono vantaggio dalla crisi, non sono certo gli unici. Certo, le esportazioni di petrolio e gas americani stanno esplodendo e il crollo dello yen rafforza il dollaro. Ma, d’altra parte, gli scambi commerciali della Cina sono aumentati del 14% ad aprile con grande sorpresa generale[2], per non parlare degli idrocarburi russi, il cui gettito è aumentato di 6,3 miliardi di dollari ad aprile rispetto all’anno precedente[3], del Pakistan che fa il proprio ingresso sulla scena politica internazionale forte della legittimità finalmente riconosciuta di potenza nucleare, … mentre una nuova importante istituzione dell’ordine internazionale del XX secolo, l’OPEC, esplode sotto il colpo dell’uscita degli Emirati, e uno dei legami più strutturali del «mondo di prima», ovvero quello tra gli Stati Uniti e l’Arabia Saudita, va in fumo tra le esagerazioni verbali del presidente americano contro Mohamed ben Salman[4]. Esplosione del numero di nuovi attori potenti, di corridoi, di strade, di oleodotti, di vie di comunicazione, di porti, riduzione delle mono-dipendenze, … il mondo si sta «de-semplificando».
E gli Stati Uniti, contribuendo con questa guerra ad accelerare l’allontanamento generale dai vecchi hub globali che erano il Medio Oriente, il CCG, lo Stretto di Hormuz, …, diventano agenti risoluti di questa grande riconfigurazione.
Dopo aver fatto saltare in aria la sacrosanta relazione transatlantica, i legami di vicinato con il Canada e il Messico, la centralità del Medio Oriente in materia energetica, … la prossima bomba che esploderà potrebbe benissimo mettere a dura prova il legame di dipendenza nipo-americano al centro del sistema finanziario globale – come vediamo nel nostro articolo su questo argomento.
Guerre, una grave crisi finanziaria che forse si avvicina, ma anche l’immensa crisi esistenziale provocata dall’IA… il mondo che verrà sta decisamente nascendo tra grandi dolori.

Marie-Hélène Caillol
Direttrice editoriale, cofondatrice del GEAB
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[1] Primus inter pares = primo tra pari. Fonte: Wikipedia
[2] Fonte: Blue News, 09/05/2026
[3] Fonte: Oil Price, 13/05/2026
[4] Fonte: House of Saud, 28/03/2026
ANALISI Anthony Trad, Analista geopolitico e Presidente di Stradegy Advisory Da oltre 20 anni, il GEAB studia la transizione da un mondo relativamente semplice e incentrato sull’Occidente – caratterizzato dalla [...]
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