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L’umanità immersa in una civiltà dell’analfabetismo

RETRO-ANTICIPAZIONE

Quasi 30 anni fa, il professor Mihai Nadin, nel suo libro La civiltà dell’analfabetismo[1], prevedeva una civiltà in cui avremmo perso la capacità di leggere (in senso letterale) il nostro stesso futuro, una perdita della lettura e della scrittura in quello che viene chiamato linguaggio naturale, poiché la lettura e la scrittura sarebbero state sostituite dall’aspetto visivo e da varie forme di alfabetizzazione parziale legate a linguaggi specializzati.

In questa nostra epoca di rapidi progressi in quella che viene chiamata intelligenza artificiale, la sua previsione risuona più che mai. Le righe che seguono sono le sue riflessioni sull’argomento, espresse durante un dialogo con il suo editore, e gli siamo grati per aver trovato il tempo di condividerle con noi.

 

 

La scomparsa del linguaggio: prima frattura cognitiva dell’era digitale

La «civiltà dell’analfabetismo» deve essere intesa come un’era caratterizzata dalla molteplicità dei mezzi di espressione, che sono più numerosi che mai nella storia e che evolvono man mano che noi evolviamo, non solo perché li utilizziamo, ma anche perché essi ci rimodellano. Il loro numero aumenta perché abbiamo sviluppato la tecnologia che permette di diversificare i mezzi di espressione con l’obiettivo di automatizzare sempre più attività. Il progresso tecnologico è facilitato dai linguaggi delle scienze, ma anche dall’esistenza dei linguaggi molto particolari che essi incarnano. Il digitale ne fa parte, ma non è l’unico.

Questi linguaggi sono «parlati» (cioè utilizzati) solo da individui impegnati in attività specializzate. Coloro che esercitano un’attività che non può più essere spiegata nel linguaggio comune a tutti hanno sempre meno bisogno dei mezzi di espressione letterari. Ad esempio, gli esperti di nanotecnologia o di genetica non possono fare affidamento sul linguaggio umano ordinario quando sviluppano nuovi materiali o nuovi prodotti farmaceutici. Alcuni di loro padroneggiano il linguaggio della genetica (il codice genetico è composto da 4 lettere); altri, il linguaggio della programmazione (per «dare istruzioni» al computer riguardo a una procedura o a un risultato desiderato). Sempre più spesso, non pensiamo nemmeno più direttamente – come andare da A a B – ma «pensiamo» attraverso un intermediario (un proxy), come l’onnipresente sistema di navigazione. Naturalmente, questo influisce sulle nostre capacità cognitive.

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