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ANTICIPAZIONE
Il “Consiglio della Pace” (BoP / Board of Peace), annunciato a gran voce da Donald Trump il 22 gennaio a Davos[1], illustra l’emergere di un mercato particolarmente attraente per il mondo finanziario. È in questo spazio intermedio (né universale, né pienamente pubblico) che si inserisce il caso più riuscito di diplomazia di club di tipo pay-to-play. Non si tratta di un’organizzazione internazionale classica, ma piuttosto di un Consiglio di sicurezza privatizzato. Inizialmente concepito per la ricostruzione post-conflitto di Gaza[2], questo dispositivo si ispira al funzionamento di un consiglio di amministrazione con una logica di azionariato, ritorno sull’investimento e governance rigorosa.
Il potere è concentrato in un «Executive Board» presieduto dallo stesso Trump, che conserva il diritto di veto e il potere di invitare/escludere i partecipanti. Attorno a lui gravitano diversi stretti collaboratori, provenienti dal mondo degli affari e della diplomazia, tra cui Jared Kushner, Steve Witkoff, Marc Rowan, Marco Rubio e Tony Blair. L’accesso a un seggio permanente in questo consiglio VIP dal logo dorato incentrato sull’America è subordinato al versamento di un miliardo di dollari, in contanti, in un fondo posto sotto il controllo americano. Ironia della sorte, il debito dell’ONU ammonta da solo a 2 miliardi… Si può già prevedere che i debiti americani nei confronti dell’organizzazione saranno reindirizzati verso questo nuovo club.
Anche se Trump promette una «collaborazione congiunta» con l’ONU[3], riteniamo che il Consiglio miri a bypassare la lentezza del multilateralismo universale a favore di una governance rapida, selettiva e solvibile. In questo grande mercato della geopolitica, l’illusione di una comunità internazionale unita cede il posto a una gestione brutale del rischio, dove solo chi paga ha il diritto di decidere chi avrà la pace, diventata rapidamente un prodotto di nicchia riservato agli Stati ricchi.
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