Crisi sistemica occidentale 2017-2019 – Il re dollaro contro la grande tentazione del petro-yuan

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Qatar, Corea del nord, Mar Baltico, rischio di una terza guerra mondiale… le millanterie militari che ci preoccupano fin da quest’estate vanno di pari passo con l’arrivo ormai programmato, imminente e ineluttabile dello scenario-catastrofe per il dollaro come moneta unica di riferimento internazionale: alla fine dell’anno ci sarà il petro-yuan… più che una petromoneta è una moneta d’oro petro-gas! Con questo atto fondatore del mondo multipolare del XXI secolo l’Occidente si appresta quindi a sprofondare nel più totale anacronismo. 2014-2017, eccoci quindi al termine di tre anni di inasprimento delle tensioni su tutte le linee del fronte Occidente-resto del mondo di fronte alla prospettiva della fine del regno del dollaro sul mondo e di tutti i sistemi finanziari ed economici connessi. Sanzioni, blocchi, guerre proxy, minacce militari dirette… tutto sta nel sapere se l’attuale frastuono delle armi è veramente segno dell’ennesimo suicidio dell’Occidente nella vana speranza di fermare il tempo o se l’attrattiva delle soluzioni future è sul punto di vincere ogni resistenza.

L’effetto catalizzatore del nuovo petro-yuan!

La Cina, primo importatore mondiale di petrolio, si sta preparando a lanciare contratti a termine per il petrolio greggio in yuan cinesi e convertibili in oro, creando potenzialmente il più importante riferimento asiatico in campo petrolifero e consentendo agli esportatori di petrolio di aggirare i contratti standard in dollari americani con transazioni in yuan[1]. Per rendere il contratto in yuan più attrattivo, la Cina prevede che lo yuan sarà interamente convertibile in oro sul mercato dei cambi di Shanghai e di Hong Kong. Il mese scorso, la Shanghai Futures Exchange e la filiale Shanghai International Energy Exchange, INE, hanno completato con successo quattro test nell’ambito dei futures per i contratti a termine di petrolio greggio, e lo scambio prosegue con i lavori di preparazione della lista dei contratti a termine di petrolio greggio allo scopo di lanciare le operazioni alla fine dell’anno. La tariffazione cinese degli attivi in yuan, affiancata dal piano della Borsa di Hong Kong che punta a vendere contratti di oro fisico valutati nella suddetta moneta, creerà un sistema grazie al quale i paesi possono raggirare il sistema bancario americano.

I paesi che approfitteranno subito di questa rivoluzione sono naturalmente quelli soggetti a sanzioni occidentali: tanto per cominciare Russia, Iran e Venezuela… solidi per le maggiori riserve mondiali di gas e di petrolio al mondo, ragion per cui parliamo di yuan petro-gas, dato che il gas è l’energia del futuro ancor più del petrolio.

fig1Figura 1 – Localizzazione delle riserve di gas nel mondo – Fonte: EIA, 2015

fig2Figura 2 – Localizzazione delle riserve di petrolio nel mondo – Wikimedia Commons, 2014

L’Iran e il Venezuela in particolare hanno sofferto molto dall’esclusione dal sistema internazionale che ha impedito loro di investire in modo significativo nelle infrastrutture di produzione, lasciandone il potenziale ampiamente inutilizzato; pertanto, dalle opportunità aperte dai petro-yuan questi due paesi sprofonderanno.

L’Iran[2] e la Russia[3] in particolare, ma anche altri produttori minori come Angola[4] e Nigeria[5], vendono già il petrolio e il gas alla Cina in yuan. L’inconvertibilità dello yuan ha tuttavia portato allo sviluppo di una zona yuan al di fuori del sistema internazionale, quindi non ufficiale, con tutte le incertezze per i produttori sul futuro di parte delle riserve monetarie.

Con questi nuovi contratti a termine, ormai in sintonia con l’assist fornito dalla Cina, cambierà tutto, il che è un fulmine a ciel sereno nel cielo già tormentato del regno del re dollaro: «Favoriremo i produttori che accettano di vendere la propria energia in yuan!»

Il che ci porta al Qatar

Negli ultimi due anni il Qatar ha condotto 86 miliardi di dollari di transazioni in yuan[6]. La scorsa estate si è inoltre riconciliato con il paese con il quale condivide il più grande giacimento di gas naturale al mondo, l’Iran[7], il che gli consente di non reintrodurre la moratoria di dodici anni che si era imposto nello sfruttamento di quella gigantesca riserva che ne fa la terza potenza di gas al mondo. In breve, il Qatar sunnita e pro-occidentale, sta precipitando tra l’Iran e la Cina, rischiando di trascinare con sé l’Arabia Saudita, il che naturalmente segnerebbe la scomparsa definitiva del petrodollaro. Da qui la fibrillazione che si è impadronita della regione alla fine della primavera scorsa. Ormai però le politiche di sanzioni e di boicottaggio hanno un solo effetto: gettare interi paesi tra le braccia dell’«Altro Mondo» diventato irresistibile forza di attrazione.

Dall’altro lato l’Arabia Saudita precipiterà?

In un contesto in cui il gas comincia a detronizzare il petrolio – costringendo l’Arabia Saudita a investire in infrastrutture specifiche nell’estrazione di gas, dove gli Stati Uniti fanno ormai grande concorrenza all’alleato strategico saudita in termini di produzione di gas (riducendo le importazioni da 14 milioni di barili al giorno nel 2007 a 8 milioni nel 2017) e dove i russi hanno diminuito le importazioni di petrolio saudita, per un’Arabia Saudita che ha già sofferto della crisi dei prezzi degli ultimi anni perdere il cliente cinese rischiando di ritrovarsi con grandi eccedenze di produzione che faranno crollare i prezzi non sarà una decisione facile[8]. Senza contare che l’«Altro Mondo» fornisce garanzie di stabilità dei prezzi (con il sistema OPEC diventato OPEC+NOPEC) che l’Occidente non dà più (poiché gli Stati Uniti non partecipano). In tali circostanze, non stupisce che il re arabo Salman[9] abbia estromesso dalla successione il principe Ben Nayef a favore del principe Ben Salman, noto per le simpatie russe e cinesi[10].

Accettando di farsi pagare in yuan, l’Arabia Saudita rischia chiaramente di perdere la protezione militare americana. I cinesi sono ben consapevoli dello spinoso dilemma nel quale mettono il paese, e per questo hanno altri assi nella manica: l’autorizzazione di emissione di buoni in yuan da parte dell’Arabia Saudita, la creazione di un fondo di investimento cino-saudita o ancora l’acquisizione del 5% delle quote della Saudi Aramco (società nazionale saudita di idrocarburi) che devono ben presto essere introdotti in Borsa nei mercati internazionali[11].

Precipiterà? Non precipiterà? È il dossier iraniano, e quindi l’apparato militare dell’Arabia Saudita, che può bloccare tutto con una guerra Iran-Arabia Saudita. Anche qui però la scelta di Ben Salmar come principe ereditario può giocare a favore del fallimento. Ben Salman è infatti un grande fautore della campagna militare nello Yemen e, a tale titolo, sta dalla parte dell’apparato militare del suo paese di cui ha probabilmente la fiducia.

Altra tesi a favore del rovesciamento dell’Arabia Saudita: la regione. Abbiamo visto come il Qatar si è già schierato a favore. Il Kuwait e il sultanato di Oman, fedeli ai principi di una politica estera neutra volta verso la mediazione (in particolare nel conflitto nello Yemen[12]), si sono rifiutati di prendere posizione e di fatto si ritrovano dall’altra parte – la vicinanza storica del Kuwait e della Russia è ben nota e il sultanato di Oman è diventato, con sua grande gioia, l’hub aereo del Qatar al posto di Dubai[13]. La Turchia, come i nostri lettori hanno saputo prima di tutti, è «passata ad est». E anche tra i quattro sabotatori – Arabia Saudita, Bahrein, Egitto ed Emirati Arabi Uniti – uno dei sette emirati dell’EAU, l’Emirato di Sharjah, prevede già di lanciare buoni in yuan diventando così il primo emittente del Mercato dei Buoni Interbancari Cinesi del Medio Oriente[14]. Scatenare una guerra contro l’Iran ancor prima dell’attuazione del Piano Vision 2030[15] di cui il principe Ben Salman è uno dei fautori e che pone l’Arabia Saudita come potenza regionale, non sarebbe quindi un buon punto di partenza. L’opinione pubblica internazionale, infine, non sosterebbe tanto facilmente l’Arabia Saudita in un conflitto diretto con l’Iran. La reazione al sabotaggio del Qatar ne fornisce un chiaro segno precursore. Il nostro team non vede proprio come la penisola arabica possa resistere a questi campanelli d’allarme.

Gli eserciti del re dollaro alla riscossa del sistema di indebitamento-finanziamento USA

L’avvento del petro-yuan segna naturalmente la fine del dollaro come pilastro del sistema monetario internazionale, e quindi la fine dell’imprescindibilità del dollaro, una moneta nazionale che gli imprevisti della Storia hanno condotto a sostenere l’economia mondiale, oggi troppo pesante per essa.

Dal momento che non esiste più l’obbligo ad utilizzare il dollaro USA nelle transazioni internazionali, la percezione del valore della valuta americana cambierà radicalmente, per vertere di più sulla realtà della solidità dell’economia USA, della sua produzione, delle sue esportazioni… tanti indicatori attualmente in crisi.

fig3Figura 3 – Bilancia commerciale americana (agosto 2016 – luglio 2017) – Fonte: US Census Bureau, 2017

Certo il dollaro non scomparirà alla fine dell’anno. Ma è tutto questione di tendenza. Ora, alcuni grandi paesi si riverseranno sui petro-yuans: a cominciare da Russia, Iran e Venezuela, oltre alla Cina naturalmente. Automaticamente il dollaro perderà valore scatenando una fuga al di fuori di un dollaro che tutti sanno essere appoggiato su fondamenta deboli. Il ritorno probabilmente massiccio dei dollari verso gli Stati Uniti provocherà inflazione[16]. E qui entriamo nel territorio minato del dibattito sui pregi e/o pericoli dell’inflazione sul debito USA su cui questo articolo non entra nel merito ma la cui esistenza consente comunque di intravedere che alcuni elementi del sistema di governance americana (a cominciare dall’attuale presidente) possono essere a favore di un calo del dollaro.

In sintesi, c’è chi sostiene il perpetuarsi del sistema di indebitamento, che permette di continuare a finanziarsi pur non essendoci più i mezzi (di cui fa probabilmente parte l’esercito sotto forma di fondi pubblici) e chi privilegia la riduzione del peso del debito (economia reale). Se l’inflazione è un mezzo per ridurre il debito, il che soddisfa i secondi, nello stesso tempo discredita il meccanismo di indebitamento, il che non si addice ai primi.

La superiorità degli armamenti USA

Il settore sproporzionato retto sul sistema di indebitamento permesso dall’imprescindibilità del dollaro è naturalmente l’esercito americano e tutti gli avatar in giro per il mondo, a cominciare dalla NATO ma anche i sistemi di difesa in Giappone, Corea del sud, Arabia Saudita, ecc.

Questo apparato militare-industriale è inoltre un business che porta tanti soldi agli Stati Uniti. Ma come tutti gli altri, questo business subisce bruscamente la concorrenza di nuove potenze (Russia, Cina, India, ecc.). Se il paese non possiede più i mezzi per investire nell’assoluta superiorità tecnologica, nel recuperare le quote di mercato i concorrenti sono numerosi. Ora, in questo campo la corsa alla superiorità tecnologica è iniziata, e i concorrenti si trovano ormai in testa[17].

Uno dei motivi per la cui la Turchia, ad esempio, ha lasciato la NATO è probabilmente legato al fatto che in alcuni settori i russi dispongono prodotti di migliore qualità. Anche la scelta degli S-400[18] va compresa da questa angolazione[19]: il grado di tensioni nella regione turca non consente di piacere a un alleato; in campo militare conta solo la performance. E non è impossibile che il sistema industriale-militare della NATO non fornisca più i migliori prodotti disponibili in un mercato degli armamenti aperto e pieno di concorrenti: Russia, Cina, India, Regno Unito, … I paesi la cui indipendenza strategica e la forza di dissuasione sono questioni di sopravvivenza sono pertanto costretti a «fare mercato» in giro per il mondo per trovare i prodotti più convincenti.

Il nostro team ritiene che è il momento di mettere in discussione i discorsi di assoluta superiorità del sistema militare americano, discorsi fin troppo altisonanti per non evocare effetti di comunicazione. Se ci troviamo chiaramente nell’impossibilità di affermare alcunché in questo campo, pensiamo che oggi sia utile mettere tutto in discussione perché così facendo avremmo una giusta comprensione del mondo… Leggere di più nel GEAB 117

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[1]    Fonte: Nikkei Asian Review, 01/09/2017
[2]    Fonte: BBC, 08/05/2012
[3]    Fonte: Financial Times, 01/06/2015
[4]    Nel 2015, l’Angola ha adottato lo yuan come seconda moneta ufficiale dell’Unione… la prima moneta, il kwanza, viene accettata dalla Cina come valuta di pagamento. Fonte: MacauHub, 05/08/2015
[5]    La Nigeria ha aperto le riserve di cambio in yuan dal 2011. Fonte: CSMonitor, 06/09/2011
[6]    Fonte: Reuters, 26/04/2017
[7]    Fonte: The Independent, 24/08/2017
[8]    Fonte: South China Morning Post, 04/09/2017
[9]    Il re Salman ha 81 anni e verserebbe in cattive condizioni di salute.
[10]   Fonte: Sputnik, 21/06/20017
[11]   Fonte: Nikkei Asian Review, 01/09/2017
[12]   Fonte: AlMonitor, 14/11/2012
[13]   Fonte: ArabianIndustry, 13/06/2017
[14]   Fonte: Reuters, 31/08/2017
[15]   Fonte: Les Echos, 21/06/2017
[16]   Dall’agosto 2016, l’inflazione USA è considerevolmente aumentata, passando da 1 a 2,7 nel febbraio scorso (!) per calare di nuovo a 1,6 a giugno e per poi risalire (1,9 ad agosto). Fonte: USInflation Calculator, 14/09/2017
[17]   Da tempo DeDefensa tenta di attirare l’attenzione del pubblico su questa evoluzione con articoli molto documentati sui fallimenti dell’F-35, sui limiti del dominio aereo USA, ecc… Fonte: DeDefensa, 16/09/2015. In proposito si legga inoltre l’articolo «L’esercito USA è in cattivo stato». Fonte: NationalInterest, 14/02/2017
[18]   Fonte: The Drive, 25/07/2017
[19]   La superiorità aerea di Israele oscurata dai nuovi missili russi in Siria. Fonte: Times of Israel, 01/12/2017