Le vostre informazioni del futuro
RETROFUTURO
Il XXI secolo digitale non è nato un mattino per miracolo tecnologico. Si è lentamente costruito nelle fratture del XX secolo, nel silenzio dei laboratori militari top secret e soprattutto nei cassetti ben chiusi della Guerra Fredda, dove l’urgenza strategica ha spesso preceduto ogni riflessione etica. Non c’è dubbio che l’intelligenza artificiale (così come l’onnipotenza della tecnologia), così come la conosciamo, sia la degna erede di un progresso nato dalla paura e dall’eterna rivalità tra Est e Ovest.
Dal momento che l’interconnessione struttura le nostre economie e le nostre politiche (fino alla nostra intimità) attraverso i GAFAM[1], uno sguardo lucido allo specchio del passato solleva una questione essenziale: stiamo finalmente costruendo strumenti al servizio delle società o stiamo continuando, questa volta in forma digitale, la logica del confronto e dell’ossessione per il potere che ha già portato il mondo sull’orlo del collasso?
Per rispondere al meglio, dedicheremo le pagine seguenti a una breve storia del digitale.
Il “portale del passato” spalancato
Dopo la fine della seconda guerra mondiale, la caduta della “cortina di ferro” sul continente europeo ha segnato la grande divisione dell’Europa in due sfere di influenza, con tensioni diplomatiche e militari tra il blocco socialista e il mondo libero che hanno rimodellato le mentalità e l’idea di progresso scientifico e tecnologico come pochi avevano immaginato prima.
La grande catastrofe umanitaria del 1939-1945, che causò 80 milioni di vittime[2] e provocò immense perdite materiali, non ha reso il nostro mondo più sicuro né più saggio. Ha persino gettato i semi di un potenziale terzo conflitto al quale non siamo ancora del tutto sfuggiti.
Del resto, è proprio in questo intervallo storico, sulle rovine ancora fumanti, che si apre una nuova dinamica, portata avanti da sognatori e visionari che hanno capito che la sicurezza di domani dipende non solo dalla capacità dell’umanità di difendere la pace attraverso istituzioni potenti ed efficaci come l’ONU o la NATO, ma anche dalla nostra volontà collettiva di mettere la “scienza e la tecnologia” al servizio della nostra preziosa stabilità mondiale.
Con questo nobile obiettivo in mente, una miriade di scienziati si lanciò a capofitto in questo progetto, con grande entusiasmo, prima che, purtroppo, la nobiltà della pace fosse rapidamente sostituita dalla cupa realtà della guerra.
Dopo il 1946 sono emersi alcuni nomi di anticipatori, e le loro visioni del futuro sono finite per lo più in una lunga lista d’attesa di giorni migliori… e di soldi, ovviamente. Il britannico Alan Turing (1912-1954), di fronte alla sfida di Enigma, intuì che le macchine potevano ampliare l’intelligenza umana, mentre l’americano Vannevar Bush (1890-1974), uno dei cervelli del progetto Manhattan (sulla fissione nucleare) che avrebbe portato gli Stati Uniti all’arma atomica, osò credere che la scienza potesse servire la pace, anticipando con il suo Memex Internet e l’ipertesto[3]; Norbert Wiener (1894-1964), fondatore della cibernetica, comprese molto presto il potenziale tecnologico per migliorare la sicurezza della vita umana, assistita dall’IA, mentre l’ungherese John von Neumann e Nicholas Metropolis, architetti dei computer moderni, nel 1956 produssero il computer MANIAC per aiutare l’uomo a diventare più forte e più veloce (fu il primo computer a battere un essere umano a scacchi; scelsero questo nome nella speranza di porre fine alla proliferazione di acronimi assurdi per i nomi delle macchine).
Tuttavia, sembra che l’uso del progresso tecnologico per scopi esclusivamente pacifici non fosse ancora una realtà in quel periodo. Molti progetti, inizialmente sviluppati per promuovere lo sviluppo futuro, furono sospesi o riorientati verso ambizioni quali il settore militare, come dimostrano i progressi compiuti dal MANIAC nel campo dei calcoli termonucleari precisi e approfonditi.
Il futuro del bello e del giusto ha dovuto attendere, poiché il comfort e il benessere non erano decisamente delle priorità, un ritardo che non era certamente casuale.
La tecnologia al servizio del progresso: un colosso dai piedi d’argilla
Il filosofo britannico Bertrand Russell (1872-1970), premio Nobel per la letteratura nel 1950, anch’egli grande anticipatore, aveva già avvertito che la tecnologia senza etica[4] avrebbe senza dubbio distrutto l’umanità. Aveva forse intuito che alcune innovazioni sepolte sarebbero finite per emergere minacciando l’equilibrio del mondo[5]?
Il 5 marzo 1946, a Fulton, Winston Churchill annunciò che «una cortina di ferro era calata sul continente»[6]. Iniziò la Guerra Fredda, le visioni del futuro si riorganizzarono, mentre la scienza si metteva ampiamente al servizio dello scontro strategico tra Washington e Mosca… e lo sviluppo dell’informatica avanzata, soprattutto militare, divenne la priorità assoluta.
In Occidente, alcuni progetti fino ad allora in sospeso beneficiarono immediatamente di finanziamenti massicci che accelerarono l’arrivo del futuro tecnologico… gli obiettivi di guerra lo imponevano. Così, nel 1946, gli Stati Uniti riuscirono a mettere a punto l’ENIAC (Electronic Numerical Integrator and Computer) per i calcoli balistici[7].
Monumento di tubi elettronici che occupava un’intera sala, energivoro ma rivoluzionario, l’ENIAC dimostrò che le macchine potevano calcolare a una velocità senza precedenti. Per un decennio, fino a quando un fulmine colpì l’ENIAC nel 1955, questa macchina avrebbe potuto eseguire più calcoli di quanti ne avesse mai effettuati l’umanità fino a quel momento.
Poi arrivò l’EDVAC (Electronic Discrete Variable Automatic Computer), che introdusse il concetto di programma e dati registrati in memoria. Infine, J.W. Mauchly (1907-1980), J. Presper Eckert (1919-1995) e von Neumann vedevano già il computer come lo strumento supremo per comprendere il mondo. Con velocità, precisione e memoria, la base operativa dei dati come strumento di guerra stava ormai prendendo forma. Gli usi militari americani, pur avendo deviato da queste visioni iniziali, rivelarono quanto il progresso fosse il risultato di una serie di visioni successive che si alimentavano a vicenda.
In Europa la dinamica fu simile. In Germania, Konrad Zuse (1910-1995) progettò nel 1941 il famoso Z3, uno dei primi computer programmabili completamente funzionanti al mondo, che lavorava in completo isolamento, utilizzava 2.300 relè, eseguiva calcoli binari in virgola mobile e aveva una lunghezza di parola di 22 bit. Lo Z3 era utilizzato per calcoli aerodinamici, ma fu distrutto durante un bombardamento su Berlino alla fine del 1943. Zuse supervisionò in seguito una ricostruzione dello Z3 negli anni ’60, oggi esposta al Deutsches Museum di Monaco di Baviera.
Ma l’economia di guerra ne limitò lo straordinario sviluppo e anche questo progetto dovette attendere tempi più favorevoli, senza tuttavia smettere di ispirare e motivare le menti brillanti che già riflettevano sull’umanoide intelligente del futuro.
Anche la Francia ha portato avanti molto presto importanti visioni digitali con Roland Moreno (1945-2012) e Louis Pouzin (1931 – ancora vivo!). Il primo anticipò una società basata sull’identità e la sicurezza digitali grazie alla smart card, mentre il secondo gettò le basi stesse di Internet con il principio del datagramma e le reti CYCLADES.

Replica dello Zuse – Z3 esposta al Deutsches Museum di Monaco di Baviera.
In Gran Bretagna, tra il 1943 e il 1944, COLOSSUS permise di decifrare i messaggi nazisti, ma rimase classificato[8], frenandone l’impatto civile. Nel dopoguerra, grazie agli investimenti universitari, la ricerca e la corsa all’informatica ripresero slancio. A est della cortina di ferro, la situazione era ancora più difficile: lo sviluppo tecnologico era frenato da ritardi economici, restrizioni ideologiche e censura. Molti progetti promettenti furono recuperati da Mosca, abbandonati per mancanza di risorse o confinati in laboratori segreti, a volte senza mai vedere la luce.
È in questo contesto che apparve, in Transilvania, il notevole computer militare CE-400 CESAR (acronimo di Calculateur électronique spécialisé pour l’artillerie roumaine, Calcolatore elettronico specializzato per l’artiglieria rumena), sviluppato a Cluj tra il 1974 e il 1978. Il CE-400 CESAR era veloce, modulare, robusto, altamente affidabile e di grande adattabilità operativa. Era uno dei sistemi più efficienti dell’Europa orientale per dirigere con precisione il fuoco dell’artiglieria, compatibile con la serie americana PDP-11/45 dell’azienda DEC[9]. A causa del segreto di difesa, il suo successo rimase a lungo sconosciuto, sebbene avesse suscitato l’interesse dei servizi segreti del blocco socialista. E l’elenco degli esempi di progetti “la pace è la guerra” potrebbe continuare…
Scienza senza coscienza, il precipizio umano
Da secoli, la storia ci ricorda con cruda amarezza che la scienza, priva di compassione e coscienza etica in contesti geopolitici fragili, può in qualsiasi momento portare l’uomo sull’orlo del precipizio. Tra tecnofobia e tecnomania, questa realtà ci riporta a Sophia, il robot umanoide, che nel 2016 dichiarava: “Sono progettata per l’empatia e la compassione, e ogni giorno imparo qualcosa di nuovo”. Grazie alla programmazione umana, incarnava allora la speranza che una macchina potesse integrare valori che noi stessi abbiamo spesso trascurato e che, dopo decenni di visioni e sperimentazioni, fosse ancora lecito sperare che il progresso di domani, alimentato dalle lezioni del passato, conservasse per l’umanità una possibilità, fragile ma reale, di sopravvivere al caos.

Il robot Sophia interviene all‘ONU durante un incontro sull’intelligenza artificiale e lo sviluppo sostenibile.
Da Tesla a Bertin e Meucci, la luce esce sempre dai cassetti
Molto prima che le macchine intelligenti e i droni da guerra a basso costo entrassero nella nostra vita quotidiana, tre inventori, Nikola Tesla (serbo, 1856-1943), Jean Bertin (francese, 1917-1975) e Antonio Meucci (italiano, 1808-1889) lavoravano nei loro laboratori con quella certezza audace, quasi surreale, alla Jules Verne, che l’impossibile potesse diventare tangibile, che ogni filo elettrico o ogni prototipo maldestro potesse essere la radice di un futuro che un giorno sarebbe esploso alla luce del mondo, un futuro che le guerre, crisi e tutto il loro tumulto nelle nostre società non avrebbero potuto che accelerarne l’avvento.
Tesla, mago delle onde e dell’elettricità, immaginava motori telecomandati, trasmissioni senza fili, energie libere dai vincoli della sua epoca, anticipando un mondo in cui l’intelligenza e la tecnologia si sarebbero mescolate alla vita quotidiana sotto forma di oggetti volanti (il primo drone in assoluto)[10], fino al punto che uomini come Elon Musk, più di un secolo dopo, potrebbero concretizzare questa audacia sotto forma di un mezzo di trasporto che rivoluziona l’industria automobilistica e dimostra che un vecchio sogno può diventare una brillante realtà concreta: l’auto elettrica più venduta al mondo di tutti i tempi[11].
Bertin immaginò l’aérotrain, un aereo senza ali e un treno senza ruote[12], uno dei sogni tecnologici francesi più folli del XX secolo. Progettato negli anni ’60 come un “treno senza ruote” che scivolava su un cuscino d’aria grazie a un binario a T rovesciata e capace di velocità superiori a 400 km/h, l’Aérotrain mirava a rivoluzionare il trasporto terrestre rivaleggiando con l’aereo e la ferrovia tradizionale… entrambi. Ha persino battuto i record di velocità sulla pista di prova a nord di Orléans. Tuttavia, nonostante il potenziale, il progetto è stato abbandonato negli anni ’70 a favore del TGV, per mancanza di finanziamenti e incompatibilità con la rete ferroviaria esistente. Oggi, le tracce dei binari sperimentali rimangono visibili come monumento di un futuro che non si è ancora concretizzato.

Il fantastico aerotreno di Jean Bertin. Fonte: WikiTimbres.
Meucci, contemporaneo di Tesla, un visionario discreto ma altrettanto determinato, esplorava da parte sua la comunicazione a distanza, inventando dispositivi che, sebbene ignorati dalla storia ufficiale, portavano già in sé l’idea che la tecnologia potesse avvicinare gli esseri umani attraverso la voce e poi, ben presto, attraverso l’immagine.
Il suo futuro immaginario ha ispirato altri inventori, come Alexander Graham Bell o Émilie Berliner, fino a quando queste visioni si sono fuse nel nostro presente naturale, quasi banale, delle telecomunicazioni… Non è forse questa la più bella consacrazione di una visione? Dopo anni, persino decenni di attesa, il futuro si svela finalmente!
È proprio in questo contrasto che si rivela un paradosso affascinante: il disordine, la miseria, il tumulto, la mancanza, la sofferenza e persino le guerre, orrori assoluti, possono alimentare il pensiero e i sogni, diventando catalizzatori per l’emergere dei futuri più inaspettati.
Come ricorda così bene Baudelaire, non è nella perfezione di una società che nasce l’innovazione, ma al contrario, nella sfortuna e nella muffa della sperimentazione, dove i tentativi e gli errori si trasformano in perle di genio e dove la creatività umana si forgia nella prova.
«Mi hai dato il tuo fango e io ne ho fatto oro».
(Charles Baudelaire, Projets d’épilogue / Les Fleurs du Mal, 1861)
In ogni caso, la luce non si ritira mai completamente nell’ombra dei cassetti. Finisce sempre per emergere, ondulante, bella, fragile, persistente… assumendo la forma di un’intuizione che, al momento opportuno, traccia i contorni di un futuro promettente.
__________________
[1] GAFAM e i giganti del web. Fonte: Geoconfluences, 2025
[2] Bilancio della seconda guerra mondiale, fonte: Wiki.
[3] Nei sistemi ipertestuali i documenti contenevano collegamenti ipertestuali che consentivano di accedere direttamente ad altri documenti. Questi sono diventati la base del World Wide Web come lo conosciamo oggi.
[4] Cognitivismo etico, di Bernard Russell. Fonte: International Encyclopedia of Philosophy
[5] L’etica della guerra. Fonte: Whatapathwemade
[6] Discorso di Fulton (1946): invitato al Westminster College, Churchill, sebbene non fosse più Primo Ministro, allertò il mondo sulla minaccia comunista. Descrisse la situazione in questi termini: «Da Stettino sul Mar Baltico a Trieste sull’Adriatico, una cortina di ferro è scesa sul continente». Fonte: Herodote.
[7] ENIAC explained. Fonte: Computer History
[8] Breaking the code, Computer History Museum
[9] La Digital Equipment Corporation è stata fondata nel 1957 negli Stati Uniti da Ken Olsen e Harlan Anderson, due ingegneri che credevano in un futuro possibile per computer più piccoli e accessibili, non solo per i grandi centri governativi o le grandi aziende. All’azienda va il merito di essere riuscita a passare dal “computer-mostro” all’idea che un computer potesse essere uno strumento quotidiano per la ricerca, l’istruzione e il lavoro.
[10] La terza più grande invenzione di Nikola Tesla fu il primo drone al mondo. Fonte: Forbes,
[11] Tesla registra il maggior numero di veicoli elettrici venduti al mondo (considerando tutti gli anni). Complessivamente, dal 2012 sono stati prodotti e venduti circa 8,5 milioni di Tesla. Tesla Model Y: circa 3,39 milioni di esemplari venduti dal suo lancio. È il veicolo elettrico più venduto di tutti i tempi.
[12] Fonte: Franceinfo, 05/09/2024
EDITORIALE Ogni generazione pensa di dominare il tempo, ma alla fine il mondo la sorprende ridendo. Oggi, quello stesso mondo ride amaramente con queste guerre senza fine, il suo zelo [...]
ANTICIPAZIONE «Nulla si perde, nulla si crea, tutto si trasforma». La formula di Lavoisier descrive ormai meglio la trasformazione della guerra che la chimica. La guerra del XXI secolo non [...]
VISIONE Se parliamo di super-collaboratori da formare, super-insegnanti e super-studenti..., è tempo di affrontare la questione del quadro di questa super-comunità e della scuola che deve ovviamente reinventarsi in un [...]
TENDENZA Da anni assistiamo all'estensione del lavoro ben oltre i confini ufficiali e, con essa, a una diffusa stanchezza che né le vacanze classiche né le promesse di una disconnessione [...]
Avvertenza: le raccomandazioni riportate di seguito sono il risultato di un approccio sistemico di anticipazione proprio del GEAB. Non costituiscono né consigli finanziari personalizzati né inviti all’investimento. In un contesto [...]