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Perspectives
geab 116 pic 2019/Brexit: verso il reintegro del nuovo Regno Unito in una nuova Europa

I nostri cari lettori non saranno rimasti sorpresi dal risultato delle elezioni anticipate di Theresa May. Non solo avevamo previsto una sconfitta della May, malgrado i sondaggi a favore; nel caso della Grecia e del Regno Unito continuiamo però a ripetere che non ci sarà un’uscita dall’Unione ma solo alcuni sconvolgimenti per una ridefinizione… nella buona e nella cattiva sorte.

Se la crisi greca ha dimostrato che andava cambiata l’Europa, la Brexit ha aperto a questa possibilità. Per un anno è stato difficile sapere che cosa ci riserbasse il destino: se i britannici (portando ad una nuova alleanza delle nazioni) o i continentali (principi unionisti che in un modo o nell’altro hanno ripreso il controllo delle istituzioni).

Non è il secondo voto britannico a «cambiare le carte in tavola», bensì, come abbiamo visto il mese scorso, il triplice voto austro-franco-olandese che segna la fedeltà dei continentali ai principi di destino comune… è vero che i continentali, rispetto agli isolani, sanno che le guerre europee hanno sempre luogo «da loro».

Questa espressione democratica continentale segna però il fallimento dei britannici lasciando il Regno Unito sul ciglio della strada a guardare il treno passare. E la nuova priorità del Regno Unito è presto detta: «Come riallacciarci ad un continente che non ci è venuto incontro… senza perdere la faccia… e salvando la nostra unione?»

L’elezione anticipata di Theresa May favorisce tali obiettivi. Vedremo come – anche se il Regno Unito deve ormai far fronte all’avidità in particolare degli ambienti finanziari – auspicare una Brexit hard per recuperare al massimo le attività europee della City[1].

Se però tutti giocano in modo intelligente, questa nuova priorità può portare il continente ad una positiva tappa di reinvenzione:

. dall’alto, ovvero consentendo l’integrazione di Islanda, Norvegia e Liechtenstein in uno scenario comunitario rinnovato;

. e, speriamo, dal basso, ovvero seguendo orientamenti democraticamente approvati dai cittadini europei.

Un’elezione anticipata sotto forma di secondo referendum sull’Europa

L’8 giugno i britannici hanno eletto un nuovo Parlamento la cui maggioranza sfugge al primo ministro Theresa May e al suo partito conservatore. Per formare un governo a maggioranza assoluta ci vorrebbero dieci voti in più, che essa deve andare a cercare in una rischiosa coalizione con il partito unionista dell’Irlanda del Nord (DUP). Rischiosa perché il programma del DUP è lungi dall’avere l’unanimità all’interno del partito Tory: ultra-conservatore, anti-aborto, omofobo, contro qualsiasi referendum irlandese… nello stesso tempo difende una linea ultraliberale contraria a qualsiasi controllo doganale tra il nord e il sud dell’Irlanda, il che è incompatibile con l’hard Brexit sostenuta da Theresa May che, al contrario, comporta tali provvedimenti[2]. E rischiosa anche perché nella nuova configurazione del Parlamento britannico i conservatori sono i soli a difendere una linea di hard Brexit. Con tutti gli altri partiti un po’ confusi, essi sostengono la soft Brexit. Non possiamo fare a meno di notare che tali risultati rimettono in discussione il processo della Brexit, se non la Brexit stessa. Molto semplicemente anche perché il crollo di Theresa May nei sondaggi in occasione della breve campagna elettorale è dovuto al secondo referendum delle elezioni approvato dal popolo britannico più che a presunti «casini» fatti dal primo ministro.

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