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Estate 2015 : Dalla fine della crisi greca ad una nuova geopolitica nel Mediterraneo orientale

Estratto : GEAB 94 / apr 2015
La crisi greca è sull’orlo del fallimento… e non sarà un assegno europeo a salvarla, ma piuttosto il fatto che la Grecia sta per trovare il denaro per rimborsare il proprio debito. La Russia? Gli Stati Uniti? …

Assenza di volontà politica per salvare la Grecia

Dal 2009, GEAB non ha smesso di ripetere che la crisi greca era ridicola sul piano contabile rispetto ai mezzi dell’Unione e che la risoluzione era solo una questione di volontà politica… purtroppo assente su tutti i fronti nel 2014:

. debolezza politica in particolare dell’Unione di Barroso, impedendo all’Europa di risolvere il problema con qualche assegno

. corruzione del sistema politico istituzionale greco, facendo perdere ogni speranza di risoluzione dei malfunzionamenti del paese

. paralisi della Germania, incapace di rispondere alla pretesa ingiunzione paradossale tra l’interesse a risolvere la crisi greca e l’interesse a non risolverla

. volontà politica avversa di tutta una serie di attori occidentali (finanziari, militari, oligarchici, in particolare greci), prosperando su tutti i difetti del paese.

Da qualche mese, però, le cose sono incredibilmente cambiate…

La « Guerra fredda » greco-turca al centro della crisi greca

Riassumendo, i residui di arcaismo della Grecia provengono da ciò di cui essa non ha mai potuto liberarsi dalla « guerra fredda » con la Turchia. Ora, questa situazione si sta per sbloccare sotto il colpo di profondi cambiamenti in corso.

Infatti, una guerra latente con la Turchia, vecchia di duecento anni[1], ha posto il paese sotto la tutela militare. Questa tutela si è rivelata in modo particolarmente evidente durante la dittatura dei Colonnelli (1967-1974) ma non è scomparsa con la fine di questo regime di giunta.

È così che la Grecia spende il 2,5% del proprio PIL nell’esercito, la più elevata proporzione di spese militari/PIL dell’intera Unione – seguita da Regno Unito e Francia (2,2% entrambi) e dal Portogallo (2,1% – un’altra aberrazione, d’altronde…). A livello mondiale, il maggiore consumatore è di gran lunga l’Arabia Saudita con il 9%; dietro Israele con il 6%[2] ; mentre gli Stati Uniti con il 4,7%, la Russia con il 4,2% e la Cina con il 2,1% (dati 2013)[3].

Solo dopo il 2010, la Grecia, « grazie » alle misure di austerità, ha cominciato a poter fare abbassare queste spese. L’inevitabile conflitto di interesse tra le forze politiche istituzionali del paese e i militari, tuttavia, non ha consentito di andare molto lontano in questa direzione. Nemmeno l’Unione ha corso il rischio di spingere la Grecia nella giusta direzione da questo punto di vista, tenendo conto del fatto che, oltre agli Stati Uniti, i principali fornitori di armi alla Grecia sono la Germania (25%) e la Francia (12%), ovvero i due padroni incontrastati della zona euro[4].

Turkish Stream alla riscossa della crisi greca

Ma l’elezione di Syriza, partito non istituzionale, alla guida del paese è una vera rivoluzione in tale logica. Il nuovo governo greco ha quindi il vantaggio di essere libero da ogni tutela ancestrale dell’apparato statale greco. E le pressioni alle quali fa fronte per risolvere rapidamente la crisi lo costringono a trovare in fretta delle soluzioni. La riduzione del budget militare del paese costituisce una pista evidente.

Ora, come abbiamo già visto, esiste ormai una magnifica opportunità di risoluzione della crisi bisecolare elleno-turca, fornita dal progetto di hub di gas russo al confine greco-turco. Ricordiamo che le tensioni euro-russe hanno condotto all’abbandono da parte della Russia del progetto di gazoducSouth Stream che doveva passare per la Bulgaria ma che l’Unione ha ritenuto di infrangere le regole europee in materia di concorrenza. Urbi et orbi, Putin ha annunciato un progetto di sostituzione centrato questa volta sulla Turchia, trasformata in centro aeroportuale dell’energia… un progetto naturalmente irresistibile per Erdogan[5].

Ma perché il progetto si realizzi, anche la Grecia deve dare il proprio consenso. Ora, le tensioni euro-russe del 2014 avrebbero reso le cose molto difficili per un governo istituzionale, obbediente e costretto ad allinearsi sulle direttive ufficiali dell’Unione in materia di politica antirussa. Ma per Tsipras, coinvolti in un lavoro di contestazione e di risanamento delle politiche europee, è molto meno difficile accettare di recarsi a Mosca e di considerare una cooperazione nell’ambito di un progetto allettante.

È così che, non senza aver inviato Varoufakis, se non Lagarde, a Washington qualche giorno prima[6], Tsipras ha accettato l’invito di Putin e si sono poste le basi per un « memorandum di cooperazione » greco-russa.[7] Turkish Stream distribuirà gas, non soltanto in Russia, forse altrove[8], verso l’Europa, passando quindi per la Grecia. E il grande centro di distribuzione si collocherà anche al confine greco-turco mettendo la parola fine al « Muro elleno-turco ».

Non ci si stupirà di constatare, nella scia della visita di Tsipras a Putin, alcuni segni caratteristici di buona volontà tra Grecia e Turchia[9], e il delirante ottimismo sulla risoluzione della questione cipriota del Ministro degli Affari Esteri britannici, Philip Hammond. Il fatto è che l’Inghilterra ha ogni interesse nella faccenda.

E il petrolio emerge !

Perché il terzo asse convergente di risoluzione della crisi greca (e elleno-turca), è il petrolio del Mediterraneo orientale. I media ne parlano poco ma la Grecia conta vasti giacimenti di idrocarburi[10].

Il precedente governo si era impadronito del dossier, vedendovi già una soluzione alla propria crisi tanto economica quanto strutturale geopolitica. È così che nel 2014 ha firmato contratti di esplorazione e di perforazione su tre siti con compagnie canadesi, britanniche e europee (Italia e Irlanda) nel maggio 2014[11]. Ma il suo entusiasmo ha dovuto raffreddarsi un po’ quando ha dovuto constatare che, piuttosto che diminuire le tensioni con la vicina Turchia, come sperato, il progetto sembrava piuttosto ravvivarle[12].

La Grecia non è la sola ad aver scoperto giacimenti nel Mediterraneo orientale. Ne esistono intorno alle coste israeliane, libanesi, siriane, cipriote…[13] Allo stato attuale, l’unico paese ad aver cominciato a fare la prima mossa e ad avviare uno sfruttamento, è Israele. Per tutti gli altri paesi, lo sfruttamento è talmente rischioso in termini geopolitici che i progressi sono estremamente lenti.

Esistono ancora altri giacimenti lungo le coste adriatiche albanesi[14] e italiane. Lo sfruttamento dei giacimenti di idrocarburi greci tra i Balcani e il Medio Oriente presenta tutte le basi per una conflagrazione multi-regionale.

Verso una nuova geopolitica nel Mediterraneo Orientale

La geopolitica del Mediterraneo Orientale deve quindi cambiare considerevolmente affinché chiunque si avvalga dello sfruttamento di questi giacimenti.

Ed è proprio quello che sta accadendo tra la Grecia e la Turchia che, in prospettiva, fornisce un contesto favorevole ad uno sfruttamento da parte della Grecia dei propri giacimenti a condizione che divenga un centro di distribuzione di gas… e perché no di petrolio.

Infatti, in vista della costruzione di una gigantesca rete di gasdotti, ciò costituirebbe probabilmente un sovrapprezzo relativamente debole rispetto al raddoppiamento delle linee di oleodotti. È così che Turkish Stream può fornire una risposta alla domanda che non si può fare a meno di non chiedersi: la Grecia sarà salvata dal prezzo delle incessanti maree nere sulle proprie isole paradisiache?

Il fatto è che il nostro team si è spesso chiesto, fin dal 2009, se l’Europa non potesse pagarsi il paradiso greco e occorresse veramente coprire le Cicladi di giacimenti, trasformandole in Ruhr Gebiet[15], per compiacere ai principi di responsabilità economica dei Tedeschi.

È probabile che la Grecia compiacerà ai Tedeschi diventando un paese produttore di idrocarburi… ma ci può augurare che i danni ambientali vengano limitati grazie alla possibilità di connessione diretta delle zone di esplorazione alla rete di distribuzione turco-russa. Speriamo, da questo punto di vista, che nessuno lesinerà sulla scelta delle tecnologie di perforazione più affidabili del mondo… e che l’Unione saprà imporre tali scelte agli operatori privati. Probabilmente soltanto la Grecia, costretta a sopravvivere, non ne avrà i mezzi.

Fine del braccio di ferro tra petrolieri e militari… ma non della storia

In questo braccio di ferro tra interessi petroliferi e militari, il nostro team ritiene che i petrolieri abbiano già vinto. Gli indicatori che ci consentono di dirlo riguardano il riorientamento in corso dei mercati di armi occidentali. I contratti recentemente firmati da Dassault in Egitto e in India potrebbero compensare quelli che non firmeranno più con la Grecia… e la Russia[16]. Anche la Germania guarda irresistibilmente all’Egitto, ma anche l’Arabia Saudita… il che pone molti problemi altrove[17].

Economie sulle spese militari, economie sul prezzo del gas[18] e guadagni petroliferi in prospettiva, in un mondo dove tutto è anticipazione, la Grecia non tarderà quindi a diventare di nuovo solvibile.

Se il nostro team anticipa quindi che entro quest’estate appariranno soluzioni « miracolose » alla crisi greca, resta pur sempre il fatto che ciò che ci affligge veramente è che una crisi del debito che sarebbe potuta essere risolta dall’Europa e dalla volontà politica, verrà infine risolta dalla Russia/Turchia e dall’avidità.

Ma l’essenziale è che si smetta di parlare di crisi greca, che i metodi, anche politici, di Tsipras, dimostrino la loro efficacia, e che quest’anno cada un altro Muro europeo, spianando la strada ad una nuova geopolitica ai confini dell’Europa e del Medio Oriente, fondata sulla cooperazione ben ponderata (ovvero da pari a pari).

Sulla base di un « memorandum di intesa » tra la Turchia e la Grecia in vista di quest’estate, si può auspicare la creazione di un’« organizzazione mediterranea dei paesi produttori di idrocarburi » che raggruppi a poco a poco altri ex nemici e che fondi un nuovo modello all’indispensabile governance internazionale dell’energia che ha tutte le possibilità di essere anch’essa multipolare.

Se tali sfide vengono mal gestite, questa « bella » soluzione diventerà presto un incubo. Ma la fine della crisi greca non è naturalmente la « fine della Storia »… così va il mondo.

Leggere di piu : GEAB 94 / apr 2015

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[1] Fonte: Greek-Turkish relations, Wikipedia

[2] Gli importi utilizzati da Israele e Arabia Saudita in materia di difesa sono sufficientemente mostruosi perché il disarmo graduale di questi due paesi è considerato una vera e propria sfida per la pace mondiale. Bisogna sperare che questo obiettivo di disarmo non si realizzi con l’uso di questi arsenali.

[3] Fonte: Banque mondiale, 2013

[4] Consigliamo la lettura di questa eccellente analisi di Frank Slijper sul livello delirante delle spese militari greche. Fonte: ExploreGreece, 02/03/2015

[5] Fonte: Reuters, 01/12/2014

[6] Fonte: Deutsche Welle, 05/04/2015

[7] Fonte: Daily Sabah, 10/04/2015

[8] Probabilmente, dipenderebbe soltanto dall’Europa « collegare » al terminale turco, oltre al gas russo, anche il gas algerino o iraniano nell’ambito della propria politica di indipendenza energetica.

[9] Fonte: World Bulletin, 09/04/2015

[10] Fonte: GeoExPro, 2014

[11] Fonte: Enikos, 15/05/2014

[12] Fonte: The Guardian, 10/11/2014

[13] Fonte: Nexity/Le blog Finance, 28/12/2013

[14] « Qualcosa » potrebbe d’altronde succedere in Albania, legato direttamente alle trattative per lo sfruttamento dei giacimenti greci. Infatti, se la Grecia ha il controllo dell’Abania sulla propria candidatura europea, l’Albania ha il controllo della Grecia sui propri giacimenti di idrocarburi, e ciò sarà reciprocamente vantaggioso. Una pista ci è stata recentemente fornita dalle dichiarazioni del presidente albanese a proposito del « ritorno » del Kosovo nella grande Albania… che ha fatto sbraitare il presidente serbo e Mogherini … ma la partita non è finita. Grande Albania contro petrolio greco? Fonte: EUObserver, 09/04/2015

[15] La regione industriale per eccellenza della Germania. Fonte: Wikipedia

[16] Fonte: International Business Time, 11/04/2015

[17] Fonte: Deutsche Welle, 11/04/2015

[18] Fonte: NewEurope, 12/04/2015

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