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GEAB 114

Il numero mensile del Laboratorio europeo di Anticipazione Politica (LEAP) - 15 Apr 2017

Crisi sistemica globale 2017-2021 – Fase di ricomposizione caotica del mondo: «ri-atterraggio» nazionale, schianto o rimbalzo?

Questa espressione di «ricomposizione caotica» ci è apparsa riassumere molto bene la tappa di sviluppo della crisi nella quale ci troviamo, una tappa che si compie nell’arco di quattro anni e che comporterà fasi di progressione ben distinte.

Nella prima metà del 2017 va constatato che ogni sforzo di riorganizzazione del mondo su una logica transnazionale è risultato vano:

. il sistema internazionale o sovranazionale fondato nel XX secolo (ONU, FMI, BM, OTAN, ecc.) non è riuscito ad adattarsi e a far capo alla nuova configurazione geopolitica di fatto multipolare dell’inizio del XXI secolo; oggigiorno è in pieno ristagno, e questo in ogni sua forma, anche regionale (Unione, Mercosur, ecc.);

. i promettenti esperimenti condotti dai paesi emergenti alla fine del primo decennio del XXI secolo, tra cui spiccano il G20, i BRICS o il progetto OBOR (e le istituzioni finanziarie ad essi associati[1]), si sono scontrati con gli interessi degli Stati Uniti e, senza il sostegno dell’Europa, non hanno saputo imporsi come base per una nuova organizzazione del mondo[2];

. come abbiamo anticipato all’epoca in cui seguivamo da vicino il lavoro dei BRICS, senza un riconoscimento e un dialogo EURO-BRICS, il mondo multipolare si sarebbe bipolarizzato in due campi separati nel contesto di una nuova guerra fredda o riuniti in quello di una vasta conflagrazione mondiale; da tre anni (con la crisi euro-russa del 2014 che ha vanificato le speranze di un’apertura costruttiva dell’Europa alle nuove realtà mondiali) si strutturano due campi su logiche provenienti dal XX secolo (combinando «non allineamento» e «blocco comunista») intorno a linee di fronte fredde (UE-Russia) o calde (mondo giudeo-cristiano-mondo musulmano) che non si sono sempre accavallate (il posizionamento della Russia in particolare è difficile da leggere, probabilmente perché questo paese tenta di sfuggire ad una categorizzazione che può evocare solo cattivi ricordi);

. oggi, qualsiasi progresso verso tale logica può condurre solo verso livelli di tensione letteralmente esplosivi.

Queste tensioni sono essenzialmente il risultato di conflitti di interesse e di incompatibilità croniche tra «sistemi» sovranazionali (America «imperialista», UE, NATO, ecc.) provenienti da epoche e regioni diverse al servizio di interessi economici e istituzionali disumanizzati di ogni tipo, sistemi d’altronde non ancorati ad una legittimità popolare o democratica oggi presente (e questo malgrado settant’anni di transnazionalizzazione dei meccanismi di governance) solo a livello nazionale.

È così che nel 2016, di fronte al crescente rischio di conflagrazione, il mondo è «riatterrato» a livello nazionale (leader nazionalisti negli USA, in India e Giappone, Brexit e conseguenze su un’Europa «a più velocità[3]» consegnando ufficialmente le chiavi del potere agli Stati membri, ecc.).

Questa tappa è voluta e ritenuta piuttosto rassicurante da una parte dei popoli che hanno la sensazione di essere nuovamente padroni del proprio destino; e inquietante da un’altra che rievoca i grandi fallimenti degli Stati-nazione in materia di gestione del mondo all’inizio del XX secolo.

Il successo di tale ripiegamento strategico nazionalista dipenderà dall’efficacia e dalla rapidità con la quale i grandi Stati, di concerto con i piccoli, riusciranno a mettere in pratica i nuovi principi dei livelli sovranazionali.

Il rischio più evidente è naturalmente l’escalation di tensioni legata alla riaffermazione di interessi nazionali esclusivi, e di conseguenza incompatibili, conducendo ad un processo di distruzione piuttosto che di ricostruzione sperato.

In un certo senso, si può dire che la crisi cessa di essere sistemica nel momento in cui il nostro destino comune dipende nuovamente (come in ogni grande periodo di transizione) da pochi individui politicamente fanatici (Putin, Trump, Modi, Erdogan, Abe, Netanyahu, Xi, ecc.) che tentano di uscire dalle reti del sistema precedente e dei quali alcuni sono come Churchill o De Gaulle ma anche come Mussolini o Hitler… senza che i media e i leader siano in grado di illuminarci su chi è chi e sul modo di preservare la pace e di costruire il futuro in un tale contesto.

Inutile precisare che il lavoro di anticipazione non è mai stato tanto utile quanto incerto nello stesso tempo come in questo momento.

Negli articoli seguenti, sulla base di casi concreti (crisi siriana, BRICS, UE, Euroland), studieremo le nuove prospettive offerte da questo ritorno al livello nazionale nella gestione degli affari regionali o globali, nonché i rischi che tale metodo può generare.

Interventi militari USA in Siria, Corea e Afghanistan: colpi di poker o effetto domino

La presidenza di Trump è cominciata male: il grande progetto di porre fine all’Obamacare è stato respinto dal Congresso[4], la giustizia americana ha bloccato l’Ordine Esecutivo di divieto di ingresso costringendolo a fare appello alla decisione[5], il dollaro è salito puntando la propria strategia di rilancio su un dollaro debole[6]… la forza della «volontà politica» è sembrata arenarsi di fronte ad un establishment garante di stabilità dominando il potere esecutivo presidenziale.

È così che ha avuto luogo l’attacco chimico di Khan Cheikhoun dandogli, come per magia, l’opportunità di:

. far repentinamente cadere le accuse di pro-putinismo che ne hanno ridotto il margine di manovra;

. liberarsi «in men che non si dica» del «veleno mediatico» legato alla vicenda (che parla ancora dei bambini morti nell’attacco?),

. mettere repubblicani e democratici nella situazione di dover dire addio all’azione militare unilaterale e illegale dal punto di vista democratico del «comandante in capo» Donald Trump[7];

. mettere gli alleati della NATO (a cominciare dalla Francia e dalla Germania[8] – molto più del Regno Unito, d’altronde[9]) nella situazione di dover dire addio all’azione militare unilaterale e illegale nell’ambito del diritto internazionale del presidente degli Stati Uniti;

. creare le condizioni di un dialogo con la Russia[10], mettendo in secondo piano la sopravvivenza di Bachar el-Assad;

. ottenere credibilità o visibilità nell’invio di navi russe al largo delle coste della Corea del Nord[11] due giorni dopo la visita di Trump all’omologo cinese[12] (mentre l’invio di caccia F35 del 30 marzo era passato quasi inosservato[13]) aprendo di fatto un dossier comune cino-americano di «risoluzione» della questione nord-coreana;

. riaprire un terzo fronte in Afghanistan (perlopiù in prossimità della sensibilissima frontiera pakistana), prendendo questa volta di mira i sotterranei costruiti dagli Stati Uniti e utilizzati dal Daesh[14] ;

. e in mezzo a tutto questo dire basta (o coprire) a un brusco calo del dollaro con un discorso di addio ai tassi bassi della FED[15] e decretando il dollaro ancora troppo forte[16].

Tutte queste azioni belliche vengono condotte senza un mandato democratico o internazionale e accolte da un silenzio diplomatico perlopiù tipico dell’ONU[17], e mediatico totale (immaginiamo per un momento che i Russi facciano un decimo di quello che vuole fare Trump) convalidando di fatto la «strategia del più folle» menzionata nel precedente numero del GEAB.

Il ri-atterraggio nazionale da parte degli USA promette di non deludere in suspense e sorprese!

Attualmente è probabile che gli obiettivi ricercati siano essenzialmente di duplice natura:

. reimporre gli Stati Uniti come prima potenza militare del mondo… ormai al servizio di se stessa e non più al servizio di un sistema internazionale;

. e fare agitare i fronti facendo saltare i blocchi.

Il primo punto ha il merito di essere chiaro: gli Stati Uniti non sono più riusciti a intervenire in un contesto internazionale sempre più restio ad agire in un interesse sempre più visibilmente americano[18], costringendoli ad azioni di dirottamento (droni e proxy war); Trump li sta facendo ufficialmente uscire dal contesto internazionale e democratico (USA-Exit) ma, nello stesso tempo, rende nuovamente visibili azioni strategiche USA. Questa chiarezza ha naturalmente al suo interno tutte le condizioni del confronto diretto che il sistema internazionale mirava ad impedire.

Il secondo ha invece il merito di essere utile: in un sistema completamente bloccato da un contesto internazionale che fa leva su dossier «intoccabili» (Corea del Nord[19], soluzione dei due Stati in Israele[20], Siria, Crimea, Pakistan, ecc.), in realtà la rimozione dei tabù è diventata inevitabile. Il problema è che chi avrebbe potuto farlo in modo organizzato e di concerto non lo ha fatto, lasciando che se ne occupasse un «folle» (seguendo la «strategia del più folle») e facendo correre al mondo grandissimi rischi (basterebbe un secondo «folle» a fare saltare tutto).

Siria, Corea, Afghanistan… prossima tappa il Mare della Cina meridionale?

A proposito di secondo «folle», il doppio inatteso cambiamento di rotta del presidente filippino Duterte in materia di proprietà delle isole rivela che in tal senso sono attualmente in corso dei negoziati con gli Stati Uniti. Il superamento di questa linea rossa[21] da parte di Trump sarebbe il chiaro segnale dell’inizio di una logica frontale di cattivo auspicio tra il campo occidentale (al quale l’Unione è strutturalmente annessa) e i non allineati (Russia, Cina e Iran).

Per comprendere se le azioni di Trump sblocchino situazioni o portino ad una guerra, invitiamo i nostri lettori a seguire da vicino le dichiarazioni della banderuola Duterte, buon indicatore della direzione nella quale soffierà il vento in questa regione. Ricordiamo che le Filippine sono state uno degli alleati più importanti degli Stati Uniti, appartenendo all’interno dell’ASEAN al campo di chi chiedeva l’intervento degli USA per difendere i diritti di proprietà non cinesi sulle isole nel Mare della Cina meridionale (ricordiamo che questi diritti non sono scolpiti nel marmo);

Poi Duterte ha assunto il potere operando un ridimensionamento da questo punto di vista, mostrandosi molto aggressivo con gli Stati Uniti di Obama[22], rivolgendosi con decisione alla Cina per accusare un dossier degli Stati Uniti nell’alimentare tensioni che andrebbero risolte regionalmente e senza ingerenza esterna. Nel mese di marzo Duterte ha però accusato gli Stati Uniti di averlo costretto a rivolgersi alla Cina per la loro inoperosità nella regione, suggerendo che gli Stati Uniti interventisti potrebbero riottenerne il sostegno. Il 6 aprile, infatti, ha annunciato che avrebbe issato le bandiere filippine su una serie di isole rivendicate dal paese, prima di ritrattarsi una settimana dopo in nome dell’amicizia filippino-cinese[23].

Il nostro team anticipa quindi che in questa regione Trump non tenterà nulla fino a che non avrà recuperato la Russia. Ricordiamo che la maggiore incertezza in vista sulla politica estera di Trump è l’alleanza più con la Cina che con la Russia (anche se a preoccupare a breve termine sono i movimenti recenti).

Esercizio di stile: ecco a cosa potrebbe assomigliare il Medio Oriente nel 2021

Se i «colpi di poker» di Trump si trasformassero in «effetto domino» (ovvero degenerassero in conflitti aperti), torniamo nel Medio Oriente dedicandoci ad un piccolo esercizio di anticipazione su cosa potrebbe assomigliare la mappa di questa regione entro il 2021 (fine del primo mandato di Trump e tempi minimi di riconfigurazione).

Innanzitutto le incertezze:

. una grande Israele che integri i territori e Gaza[24] ;

. un Iran di nuovo ai margini alla guida del quale Ahmadinejad o chi come lui ha riassunto il potere grazie alle enormi tensioni regionali[25].

Con una quasi certezza:

. una Conferenza curda[26].

Ora le probabilità:

. una confederazione della penisola arabica che integri i paesi del Golfo, dello Yemen e dell’Oman[27];

. uno «Sham» sunnita eretto sulle rovine del Libano (che già non esiste più in seguito alle due ondate di emigrati in 70 anni di conflitti ininterrotti nella regione: 400.000 palestinesi e 1,5 milioni di siriani per una popolazione di 4 milioni arrivata così a 5,5 milioni), della Siria e dell’Iraq, tutti e tre distrutti e nelle mani di una Repubblica Islamica sunnita[28];

. un regno di Giordania preservato, utile a Israele come zona tampone[29].

E una grande incertezza:

. un grande Azerbaigian assimilato all’Iran e integrato ad un Caucaso federato al quale la Turchia potrebbe associarsi (con l’Armenia come punto critico), anch’esso escluso dalla zona di influenza russa – l’incertezza verte sul successo dell’operazione: questo Caucaso, al contrario, potrebbe restare all’interno del campo russo[30]. Ecco una mappa che probabilmente è da tempo nella mente dei grandi strateghi ombra di Washington, Riyad e Tel Aviv[31].

I magistrali errori di questa visione del Medio Oriente saltano agli occhi:

. fondata sul raggruppamento e sulla detenzione di gruppi etnico-religiosi inevitabilmente radicalizzati dalle condizioni nelle quali questa mappa verrà realizzata: sciismo radicale, sunnismo wahabita, giudaismo, accampati su blocchi ultrasicuri;

. costruita nella violenza e nel revisionismo storico rinnegando completamente gli strati successivi che la Storia ha posto su questa regione del mondo, tra i quali l’era degli Stati nazione[32];

. incapace di regolare tutti i punti critici della regione (ne abbiamo già identificato due, Armenia e Kuwait, ma ce ne sono molti altri) la cui soluzione verte su una visione integrativa e olistica e non di divisione e comunitarista.

Questa mappa, molto vicina a quella che l’Europa ha tentato di fare all’epoca dei grandi imperi, terminerà allo stesso modo e senza attendere a lungo un nuovo caos stavolta con un grado di violenza inaudito, tenendo conto della portata delle entità in essere e della loro radicalità ideologica. Fine dell’esercizio: ribadiamo che i tempi sono estremamente incerti e che le visioni russe e cinesi[33], comprese nella regione sotto la forte influenza dell’Occidente, sono in grado di prevalere più di quanto si possa immaginare (non dimentichiamo che gli Stati Uniti di Donald Trump fanno comunque paura a tutti e che le alleanze tra lo Stato ebraico e l’Arabia Saudita sono completamente contro natura). Ci è però parso utile dare un’idea del campo che grossomodo ha attualmente in mente Trump come comandante in capo per far muovere le proprie pedine.

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