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Il numero mensile del Laboratorio europeo di Anticipazione Politica (LEAP) - 15 Mag 2019
L'estratto pubblico

Non c’è bisogno di attendere i risultati delle elezioni per anticipare già alcune grandi nuove caratteristiche della nuova Europa che si impone a partire dal giugno 2019. Certo, sembra che non ci sarà una rivoluzione: di fatto i partiti di destra sovranista (ENL[1]+Brexit[2]+AEPN[3]+CRE) non accumuleranno più di 20, massimo 25% del Parlamento (circa 170 seggi); i partiti transeuropei non fanno sempre un ingresso visibile e clamoroso (Diem25 invisibile perché dissolto nelle sue alleanze nazionali e sotto la nuova etichetta di «Primavera europea» da un lato; e Volt che si presenta in otto paesi con la stessa etichetta dall’altro, ma i media nazionali sicuramente non ne parlano molto); e i grandi gruppi dei partiti nazionali che sono i PPE, PSE e ALDE sembreranno ancora dominare l’emiciclo europeo.

Figura 1 – Prospettiva di ripartizione per il nuovo Parlamento europeo, 13 maggio 2019. Fonte: Politico.

 

Eppure, sullo sfondo, niente sarà più lo stesso: queste elezioni, lo diciamo di nuovo, stanno per inaugurare una nuova era per l’Europa. Ecco perché ed ecco le grandi linee delle conseguenze di questa «rivoluzione».

Il Parlamento Europeo prende il controllo dell’Europa

Come abbiamo già detto, queste elezioni europee sono le più europee e le più democratiche della Storia[4]. Ma questa democratizzazione «dell’ultimo minuto» è portata da quei famosi partiti detti populisti, in particolare quelli della destra sovranista, sulla base di programmi semplici e duri: ripresa in mano delle frontiere, riaffermazione dei principi «di protezione» (in virtù di un puro «protezionismo»), contributo per un’Europa identitaria, inasprimento delle politiche migratorie interne ed esterne, rilancio della natalità, ecc…

Questo programma ormai comune ad una nuova categoria di partiti di destra radicale (Le Pen in Francia, Baudet nei Paesi Bassi[5], Vox in Spagna, AfD in Germania, Strache in Austria, Salvini in Italie, Farage nel Regno Unito, …) ormai strategicamente e intellettualmente connessi a livello europeo, farà ingresso al Parlamento europeo la cui efficacia sarà legata alla sua coerenza – rispetto a quanto i media cercano di farci credere.

Di fronte a loro, da un lato i famosi partiti centristi detti pro-europei, detentori ufficiali del sistema «democratico» europeo, che appariranno per quelli che sono: di gran lunga più nazionali e, a tale titolo, divisi e inefficaci rispetto ai primi; dall’altro, un’estrema sinistra in corso di europeizzazione – con la dinamica Primavera europea/Diem25 – ma in fase meno avanzata in ragione della maggiore complessità del loro messaggio… e della totale assenza di sostegno finanziario.

I primi prenderanno quindi il controllo del discorso politico all’interno dell’emiciclo. E questo tanto più che hanno cesellato un discorso di fatto «irresistibile»: sulla questione dei migranti, teoricamente la più polarizzante, quasi più nessun partito osa controbattere; sulle questioni del protezionismo, definizione delle priorità europee, frontiere europee, esercito… in realtà sono tutti d’accordo. Come abbiamo detto il mese scorso, su tutti questi temi sono le governance dette centriste ad aver già innescato queste politiche di inasprimento[6]. Ma di fatto ideologicamente questo programma appartiene all’estrema destra che in un certo qual modo ha appena reclamato quello che le spetta: «Lo vedete, avevamo ragione; adesso mettete in pratica le nostre soluzioni; ma avete bisogno di noi per farlo sapere e calmare i popoli!». CQFD!

Questo stato di fatto spiega la calma, la sicurezza, la serenità con la quale i rappresentanti di questi partiti si esprimono. I dieci anni di crisi mal gestita (nel senso di «gestita non politicamente, fuori terra») hanno costruito la vittoria delle soluzioni dell’estrema destra che vince la partita in assenza di concorrenti: centro inetto, estrema sinistra inevitabilmente imbavagliata[7] da un establishment che naturalmente sceglie l’estrema destra con la quale può intendersi[8]. Viviamo ormai l’anticipazione posta più di due anni fa: «la campagna 2019 sarebbe più europea che mai, con movimenti politici transeuropei per la prima volta, ma i media nazionali non saranno strutturalmente capaci di sentire altre forze transeuropee diverse da quelle di estrema destra, le uniche ad essere europee e, nello stesso tempo, provenire dal territorio nazionale»[9].

Figura 2 – Sondaggio per paese: essere europei è tanto importante per voi quanto la vostra nazionalità? Aprile 2019. Fonte: ECFR.

Conseguentemente a tutto questo, assisteremo presto alla messa in atto di un enorme effetto a catena del discorso dei gruppi sostenitori della sovranità all’interno del Parlamento i cui argomenti saranno sempre più ripresi dagli altri partiti, con l’importante ma minore eccezione dell’estrema sinistra che, al contrario, ne approfitterà per cesellare un contro-discorso.

La «crisi Orban» che sta attraversando il PPE è emblematico di questo fenomeno: questo gruppo politico europeo è pieno di correnti politiche molto simili alle destre a sostegno della sovranità che si sono riorientate abbandonando la loro componente antisemita a partiti ultraminoritario «neonazisti» che rappresentano ormai la «nuova estrema destra». La presenza del partito di Orban, delle truppe neo-franchiste del PP spagnolo non ancora alleati al nuovo partito di destra Vox,… e tutte le frange di destra dei partiti tradizionali di destra garantiscono la graduale adozione dello stesso discorso da parte del PPE…

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