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GEAB 153

Il numero mensile del Laboratorio europeo di Anticipazione Politica (LEAP) - 17 Mar 2021

L’Europa in un periodo di disillusione: sognare un mondo migliore, svegliarsi al centro di un campo di battaglia

La rivoluzione ideologica dell’UE impone una rivoluzione strutturale.

Il 2020 ha accelerato ogni tendenza di trasformazione sistemica. Nel 2021 questo volo nello spazio dello sconfinato pianeta conoscerà le turbolenze dell’ingresso nell’atmosfera del “mondo di dopo”.

Da vent’anni gli occidentali, in particolare gli europei, hanno sognato di liberarsi dalla materia: decrescita, decontaminazione, spopolamento… Le nuove tecnologie sono arrivate a sostenere queste ideologie con promesse di dematerializzazione. La pandemia ha permesso di compiere un passo importante verso questa virtualizzazione, consentendo inoltre all’Unione di dimostrare la propria pertinenza, attivando principi di solidarietà, implementando strumenti finanziari all’altezza degli obiettivi del continente e dotandosi inoltre di una mente e di uno spirito, come mostra l’articolo sulla rivoluzione ideologica delle istituzioni europee.

Nella calma della pandemia l’Unione ha formalizzato una vera visione composta da transizione ecologica e digitale, da resilienza e sovranità strategica, concorrendo a quella che alcuni all’interno delle istituzioni chiama – a giusto titolo – una rivoluzione ideologica accompagnata da strumenti finanziari e grandi piani di rilancio che consentono di assicurarne la realizzazione. Ma il mondo è un posto pericoloso. Nel 2021, la Bella addormentata (l’Europa) si sveglia scoprendo un mondo diverso da quello sognato, rimettendo fortemente in discussione il modello di governance comune che è sembrato essersi consolidato l’anno scorso. Riteniamo inoltre che la “rivoluzione ideologica” europea non supererà il test della realtà senza una riforma strutturale equivalente (non si può superare il muro del suono con un aereo da turismo – per quanto sia carico di super-cherosene).

Risvegliarsi in un mondo ultracompetitivo

In primo luogo occorrerà fare il punto su un elemento chiave dell’efficacia della gestione europea della pandemia, ovvero campagna di vaccinazione. Quest’ultima è chiaramente un fallimento[1], almeno dal punto di vista della rude realtà di un mondo multipolare ultracompetitivo. Nel nostro “campo”, inglesi, americani e israeliani – per citare i casi più lampanti – hanno prodotto e attratto i vaccini di cui avevano bisogno a scapito dell’Unione, la quale ha giocato una carta responsabile e solidale[2] – altroché se giustificata![3], ma perdente alla luce delle sanguinose competizioni che si stanno svolgendo in un Occidente i cui membri sono tutti ossessionati dall’idea di guadagnare, mantenere e riguadagnare la leadership mondiale.

Da un punto di vista strategico se ne dedurrà che:

. la legge della giungla regna in un campo «alleato» dove il “ciascuno per sé” e i colpi bassi sono la norma;

. nella competizione tra «alleati» che emerge ogni volta che si presenta l’occasione[4] al posto delle collaborazioni previste, la complessità e la moralità dell’entità UE ne fanno un attore lento che perde di continuo.

. se l’Unione è troppo lenta rispetto alla concorrenza, è troppo rapida dal punto di vista tanto delle realtà sistemiche (ripetiamo che qualsiasi inizio affrettato promette disastri, come suggeriscono già le prospettive di inflazione e di risalita dei tassi) quanto della struttura (in realtà l’UE va troppo veloce per i tempi di reazione che le sue dimensioni impongono al suo raggio di manovra, come dimostrano le recenti decisioni monetarie della BCE[5]).

Queste considerazioni consentono di capire che l’Unione dovrà scegliere tra due modelli:

. da un lato, un modello “liberale” composto da piccoli attori rapidi in competizione l’uno con l’altro, evolvendo con alleanze congiunturali e puntuali, costringendo a dare piena libertà agli Stati europei di condurre le strategie che servono al meglio i propri interessi individuali – legge del più forte, colpi bassi, guerre commerciali, hacking a destra e a manca… che caratterizzeranno questo mondo, tanto verso il resto del pianeta quanto tra i paesi europei, facendo rinascere a breve e medio termine lo spettro delle guerre intraeuropee (qualunque cosa si pensi e indipendentemente dalle forme);

. dall’altro, una governance organizzata fondata sulla cooperazione, le logiche win-win, il controllo del tempo, ecc., giustificata in termini di pace e di equilibrio mondiale ma che metterà immancabilmente l’UE in ritardo rispetto agli attori a governance semplice come Regno Unito, Stati Uniti o Cina nella corsa ai numeri.

… A meno che non arrivi a fondere i due modelli (agilità e coerenza globale), cosa che potrà fare solo optando all’inizio per il secondo modello.

Puntare più in alto

A queste paradossali considerazioni si fa strada un’idea fondamentale: i principi del modello europeo hanno senso solo all’interno di una governance mondiale organizzata che resta da inventare. Da qui l’anticipazione: se l’Unione non è più in grado di contribuire in modo decisivo e a breve termine all’emergere di nuovi organismi di governance mondiale trasparenti, efficienti e democratici (TED)[6] che integri le caratteristiche sistemiche del XXI secolo, nel 2030, se non prima, cesserà di esistere, perché i suoi membri riprenderanno uno dopo l’altro, in un modo o nell’altro, la propria “indipendenza”: gli uni facendo fede ai principi di stato di diritto (Polonia, Ungheria[7]), gli altri rifiutando l’Europa senza frontiere (paesi dell’est…) o opponendosi al concetto di autonomia strategica (Svezia[8]), ecc.

Il prossimo G20 che si terrà quest’anno in Italia sotto il mandato Draghi[9] fornisce l’occasione per annunciare qualcosa di veramente interessante. Nell’articolo sulla rivoluzione ideologica dell’Unione vediamo come le ambizioni europee sono forti in materia. Tanti motivi per sperare… Il rischio però è che il prossimo G20 sia solo una riunione in più senza una visione e senza ispirazione, dedicata a questioni contabili che annoieranno a morte i cittadini del mondo.

Abbiamo già detto che è intorno al Mediterraneo orientale, tra Europa, Balcani, Medio Oriente e Africa, portando Stati, Unioni, popolazioni e perfino religioni (da finire di rendere compatibili) e invitando Stati Uniti, Russia e Cina come osservatori che l’Unione potrebbe cominciare a inventare l’organizzazione del XXI secolo.

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